Tutti gli articoli di giacomo grifoni

A Davide e Gabriele

A Davide
e alle affinità che ci corrispondono.

A Gabriele
e alle differenze che ci attraggono.

tratto da “Non esiste una giustificazione. L’uomo che agisce violenza domestica verso il cambiamento”.

Con Davide, che ha sette anni, ho imparato ad amare per somiglianza. Mi vedo riflesso in ogni suo piccolo gesto e quando lo ascolto anticipo le sue parole. L’amore per somiglianza è rovente: si provano passioni forti e non c’è spazio per i mezzi sentimenti, come se fossimo
fusi.

Con Gabriele, che ha cinque anni, ho imparato ad amare per differenza. Lo osservo incantato per minuti; assomiglia a sua madre e forse per questo lo ricerco. L’amore per differenza nasce per ridurre la distanza e come un balsamo placa la mia solitudine.

L’amore per somiglianza può abbagliarmi, quando non lascio Davide libero di diventare se stesso. L’amore per differenza misura invece la fatica che provo nel costruire con Gabriele un nuovo linguaggio.

Attraverso la mia esperienza, ricordo ai padri che entrambi i tipi di amore possono essere coltivati. Essere padri per somiglianza insegnerà a ricontattare aspetti di sé rimossi e ad amplificare prospettive esistenziali; essere padri per differenza permetterà di tracciare nuovi sentieri, tenendo viva la curiosità.

In entrambi i casi, ci ritroveremo vivi ed alla luce del sole ad insegnare ai nostri figli cosa significhi amare, e così realmente faremo prevenzione, dimostrando che è possibile accompagnare l’amore di generazione in generazione.

I frequentatori psichici di sé tramite te: brevi note sull’uso psicologico dell’altro

Quelli che chiamo i frequentatori psichici di sé tramite te vanno alla ricerca di una stimolazione etero. Non fraintendere. Etero nel senso che sono speciali nell’usare una parte preziosa dell’altro come se fosse loro, in un complesso gioco di riflessi. Narcisisti, manipolatori o perversi. Borderline, immaturi o vampiri. Non mi interessa l’etichetta. Parlo qui di rapporti, non solo di tipo professionale. I frequentatori sono reduci da relazioni primarie così così. Non hanno necessariamente sofferto le pene dell’inferno, ma in qualche modo hanno fatto esperienza ripetuta di una povertá dal punto di vista affettivo. Incapaci di vitalizzarsi in modo autonomo, i frequentatori si ingegnano nel cercare antidepressivi umani, che catturano attraverso la ragnatela delle loro abilità relazionali. Inizialmente ci stupiscono. Sanno essere affabili, generosi, premurosi, responsabili e attenti. Nel tempo, potremmo riuscire ad intuire qual’è il loro vero gioco nascosto: frequentarsi tramite te.

ZOOM IN

Succhiano la nostra vitalità per evitare di stare. Sulla soglia dello stare, hanno consumato l’attesa per qualcosa che sarebbe dovuto arrivare e che non è purtroppo arrivato: l’eco di una voce amichevole, del conforto o del riconoscimento.

Congelati tra rabbie inesplose e domande di amore inevase, sono dunque cresciuti muti, incapaci di dare voce alla mancanza, perché un possibile antidoto alla depressione d’amore è pur sempre il coraggio di farne richiesta esplicita, comunque siano andate le cose.

Sulla soglia dello stare fa freddo e ci si sente soli anche se in una moltitudine. Affaticati dalla sola idea di chiedere, spaventati dalla sola ipotesi di una nuova attesa, hanno così cominciato a dar forma all’anti-stare.

L’ANTI-STARE

Frequentano ogni tipo di città, vagando alla ricerca di cibo. Ogni cosa che pulsa; ogni slancio, idea, provocazione, entusiasmo, genuinità è pane per i loro denti.

Viaggiano da un’attività all’altra. L’imperativo è non depositarsi mai. Non fare mai resto. Non mollare la presa sull’osso della vita, ricercandone continuamente una dimensione eccitata.

Specializzatisi nell’accelerazione delle tappe – cognitive, sessuali, esistenziali – anti-stanno eludendo i conti con le delusioni ricevute e con l’andirivieni dell’esperienza.

Si travestono così di cornici simboliche fittizie, la cui crosta nasconde l’odore che fa. A ben vedere, non sanno né amare né chiedere, né prendere o dare. Piuttosto ingurgitano storia, senza conservarne alcuna memoria. Nelle zone grigie della riflessione, infatti, diventano depressi, schizzando via per ritornare su in modo artificioso, nel far west dei sentimenti.

IL FAR WEST DEI SENTIMENTI

L’incipit del rapporto è border ed all’insegna della lusinga, ma la parata idealizzante a cui ci sottopongono ha ben altre finalità ed è un’astuta operazione di segno contrario.

Usano l’arma bianca della seduzione attraverso la quale ci catturano. Ci sentiamo improvvisamente speciali. Zacchete. Magnificandoci, coccolano in realtà il loro sembiante – che siamo noi – per come gli altri avrebbero dovuto fare e per come avrebbero voluto gli altri facessero.

Veniamo inizialmente abbagliati dalle piume colorate della loro livrea, che si rivela un oleogramma artificioso dei nostri colori. Inizia il banchetto. In questa raffinata operazione, dislocano, con puro istinto predatorio, il loro bisogno di amore nella finzione di amarci, creando coppie “io-tu” eccitate.

Così, si appiccicano addosso i nostri gusti e le nostre abitudini. Parlano il nostro linguaggio. Aderiscono alle nostre idee. Combattono per le stesse battaglie. Vivono con la nostra passione. Raccattano frammenti di identità posticci per incollare in modo compulsivo i relitti di un sé non coeso.

In una sorta di partenogenesi, simulano l’altro mai avuto mentre ci idealizzano e, nel vederci appagati dai loro omaggi, si identificano con la parte felice che non sono mai stati.

Inconsapevoli dell’atto cannibalico, diventiamo così gli attori di un nuovo capitolo del loro romanzo. Nella nostra versione, costruiamo finalmente una relazione entusiasmante con un’altra persona. Nella versione dei frequentatori, si produce un surplus di proteine emotive per scappare un giorno in più dallo stare.

LA NOSTRA APPARENTE FELICITA’

Spesso, non ci accorgiamo di questa doppia scrittura. Nella fase mediana del rapporto, infatti, è caratteristica la patina della condivisione di esperienze all’insegna della reciprocità, che ci illude di stabilire uno scambio arricchente. Ci sentiamo intimi, fusi, la coppia più bella che c’è, solo perché un camaleonte ci riflette nel nostro profilo migliore.

E generano la nostra apparente felicità. Ci colgono impreparati nel segno della vanità. Camuffano la rapina con generosa elemosina di attenzioni. Purtroppo, le loro effusioni sono solo aromi per condirci la carne, degustata a piccoli bocconi.

SPIE

Appare in noi, spesso, un groppo isterico, somatico, nodale. Alla testa, alla gola, o alla bocca dello stomaco. Perché, quando la mente è fottuta, è il nostro corpo che parla, si divincola e ci mette in allerta.

Impara ad ascoltare le note dissonanti che cominci a cogliere, ma che non vuoi ascoltare. Può darsi che il benessere che provi in loro presenza diventi impercettibilmente ansioso e liminale ad uno stato di insofferenza.

Vorresti vederli ma anche no. Vorresti sentirli ma anche no. Vorresti a volte non vederli né sentirli proprio. Confuso da questa  ambivalenza, diventi oggetto della tua critica: come è possibile che di fronte a tante carinerie ti ti diri indietro? Come mai anche stavolta ti comporti in modo così irragionevole e malevolo?

Tracce del rimprovero transpsichico che avverrá, subito dopo il crack.

 CRACK

Poi avviene il crack. Si scopre di essere stati usati quando, per qualche evento, ci smarchiamo dal ruolo di preda. Può capitare per qualsiasi impegno di vita, o evento, che detti un nuovo ritmo al rapporto, imponendogli inevitabilmente il nostro tempo.

Allora, i frequentatori psichici di sé attraverso te possono arrabbiarsi. Quei bei volti rotondi, diventano ispidi ed ossuti. Esplode la condanna che ci fa sentire traditori. Ci rimproverano proprio. Tiranneggiano la relazione e ci fanno provare paura per i nostri sbagli.

In altri casi, non abbaiano. La freddezza del cobra è proporzionale al calore con cui ci aveva osannati durante il pasto immateriale. Temiamo ricatti e morsi improvvisi, vivendo in una atmosfera di crescente minaccia.

SENZA ARTO

Quando ci svegliamo, siamo nella sensazione di essere senza qualche arto psichico. Il bluff emotivo che si prova, e la tristezza conseguente che genera, è l’ultima allocazione di sé che i frequentatori ci lasciano dopo averci posseduti.

La melanconia irrompe come qualcosa di traumatico: è un pezzo di realtà che piomba come se fosse nostra, ma solo come se, lasciandoci il retrogusto tossico di una “cosa installata” che dobbiamo personalmente smaltire.

Dopo aver prestato la nostra anima, offriamo così al frequentatore, già altrove, anche la possibilità di alienare il dolore mentale che non ha provato, quando nella sua vita le cose sono andate storte.

Campanelli di allarme -Sul frequentatore

La visione di te come esclusivamente buono/a

Un’inspiegabile ‘fretta’ che vuol dare al rapporto

Il fervore con cui si rialza dopo una delusione

Una giovialità indifferenziata che appiattisce la soggettività dei suoi incontri con il mondo

Campanelli di allarme -Su di te

La convinzione iniziale che hai a che fare con una “persona bella”

Un’immediata ricarica delle tue batterie

La progressiva sensazione di ingombro e fatica

Sentirsi senza un pezzo quando sei stato/a vero/a

Così ho cominciato a sognare che avrei dovuto fare qualcosa

Mio nonno mi raccontava spesso dell’imboscata in Croazia e del suo ginocchio saltato una volta incocciato il proiettile sparato da chi difendeva Tito. Mi sono addormentato tra le sue braccia innumerevoli volte, pensandolo un eroe ed io un bambino fortunato ad avere un nonno così, un nonno sopravvissuto alla guerra.

Poi sono cresciuto e diventato uomo. Ho studiato, lavorato e vissuto al mio meglio. Sono andato compulsivamente in Croazia, a cercare quello che diceva mio nonno e conservando la sua voce tra le più care.

Spesso nel dormiveglia mi confido ancora con lui. Tempo fantastico, animato da lupi di mare, orsi e tempeste, dove il sapore delle cose buone mangiate si mischiava con il caldo delle coperte giallo/arancione,  la penombra e, semplicemente, un senso di abbandono nella certezza della protezione.

Stanotte ci siamo detti che, in fin dei conti, anche per noi è stata una guerra, con buona pace delle mie ginocchia integre e della mia totale ignoranza su come si usi la baionetta.

Negli ultimi dieci anni, la crisi reale, e ciò che ciascuno di noi gli ha appiccicato addosso, ha tolto il fumo negli occhi all’illusione di essere combattenti fatti della stessa pasta. Non è stata solo una questioni di soldi o di occupazione. Di mancanza di prospettive e di opportunitá. Ciascuno in questi anni si è industriato come può nel far fronte ad un collasso del sociale, ad un infarto psichico dei significati, all’alterazione continua delle regole della relazione. Questa è stata la guerra dei quarantenni, quelli che hanno dovuto reinventarsi dopo un bluff. Trainare la carretta. Tenere in piedi un progetto di vita.  Far conciliare l’amore con dimensioni come la paura e l’aggressività. E’ esploso il male di vivere. Tutti stiamo male. Tutti siamo vincitori e perdenti, vittime e colpevoli, aggressori e aggrediti. Il trauma viaggia alla velocitá di un click.

 


Molti amici, come me, sono sopravvissuti. Nelle cene del day after, ci sentiamo come compagni di cordata per aver cresciuto una famiglia e dribblato gli ostacoli crudi del reale. Contratti a termine, misconoscimento del merito, licenziamenti improvvisi, sono stati i nostri principali nemici. Il terrore del crollo psichico è stato un fedele compagno di viaggio. Certo, i focolai di guerra non sono affatto finiti. La precarietà è ancora tanta, ma è come se ci fossimo abituati a vivere in uno stato di tensione, sviluppando anticorpi che ci hanno fatto recuperare il sonno ed anche riprovare la gioia di vivere.

Il mio radar si accende di fronte alla solidità morale e passionale di chi ha provato a tirar su una vita di questi tempi in Italia, senza alcuna garanzia di successo. Ammetto che dialogo soprattutto con questa gente. E’ come una sindrome. Ci riconosciamo al primo sguardo, come se ci dicessimo: anche tu sei uno di trincea. Abbiamo dovuto ricalibrare il senso del piacere, il concetto di prospettiva, le soluzioni all’angoscia, magari mentre concepivamo i nostri figli e sentivamo l’urgenza di dare al mondo la miglior immagine di noi.

Quando ci ritroviamo, ricordiamo gli amici scomparsi. Morti dentro, si intende. Perso il lavoro o ricevuta una delusione scottante o tramortiti dall’assenza di riconoscimento, abitano in una terra di confine con la vita. Irretiti in idee più che in ideali, privi di scaltrezza e di passioni, hanno un tetto, ma sono orfani di patria e senza causa. La loro parlata è lenta, e quando capita passeggiamo insieme stando in silenzio, per poi salutarci sempre senza parole.

I garantiti hanno invece avuto conforti per continuare il ‘come se’ nei bunker di proprietà, protetti dalle forme più varie di potere e possesso che hanno allentato la loro aderenza alle cose per come vanno là fuori. Distanti anni luce, come un’altra razza. Ne parliamo meno volentieri e forse un pò li invidiamo, anche se non ci piace dirlo. Nelle sparute occasioni in cui escono dalla campana di vetro, ci osservano con sguardo distratto, che la vista ed il tatto sono stati gentilmente concessi dall’altro. Ci sorridono con generosità frivola, che non ci scalda, ed è per questo che anche li evitiamo.

Come in ogni guerra, ci sono poi gli schiavi, che vorremmo liberare. Alcuni ci strizzano l’occhio e stanno diventando combattenti in segreto. Studiano le nostre mosse. Si esercitano di notte, quando il nemico dorme, pago dei loro servigi. Diventano lentamente consapevoli e assertivi e cominciano a pensarsi possibili in una vita migliore.

Molti altri hanno invece anestetizzato il dolore, e pur di avere un giaciglio e un tozzo di pane, accettano ogni compromesso. Ci fanno rabbia, perchè sono disertori. Hanno visto il nemico in faccia e deciso di non combatterlo, costruendo panegirici giustificazionisti sulla necessità di una sopravvivenza. A noi la loro condizione pare una scelta ed una cosa grama, e stiamo in attesa che il nostro parlargli sia pari al desiderio di ascoltarci.

In questa avventura, ci piace stare con i mercanti. Hanno reagito per come potevano, mantenendo viva la mente. Ci insegnano qualche trucco quando ci invitano nei loro incasinati bazar. Nel frequentarli, usciamo sempre con qualcosa di inutile in mano, ma siamo lo stesso felici e, soprattutto, siamo noi a ricercarli. Ci danno coraggio ed entusiasmo nei porti e nei mercati, là dove parte il flusso di una vita impazzita, che va a ritmi da capogiro.

Al nonno, chiedevo sempre, sbadigliando, che cosa facessero i generali. Lui sospirava, mi accarezzava, e rispondeva dolcemente che i generali comandano, fanno e disfanno.

Una volta lo fecero tornare a piedi. Mi ricordo di questo. Un lungo ritorno da solo tra i nemici nel bosco di notte. Ma mio nonno ce la faceva sempre, e mi addormentavo sereno, anche se i generali non avevano per niente capito cosa avesse significato per lui quel viaggio di notte.

Così ho cominciato a sognare che avrei dovuto fare qualcosa.

Sul desiderio di un flusso

desiderio“Non c’è che desiderio e socialitá, nient’altro”.

Deleuze e Guattari 

L’Anti-edipo. Capitalismo e schizofrenia.

Ho riconcentrato l’attenzione su un libro la cui lettura non può che essere sintomatica come è sintomatica la conseguente scritturaflusso che in me ha ispirato. La macchina desiderante produce il reale e da qui dovremmo ripartire in una sorta di recupero del messaggio dell’Anti-edipo nell’era post atomica della bomba chiamata “crisi”.

La clinica delle psicosi mi insegna quanto il pensiero “schizo” sia intriso della produzione del flusso in cui cerchiamo spesso di inscrivere una categoria – nosologica, psichiatrica o interpretativa – mentre la clinica delle nevrosi si imbatte in quel che l’eccesso di struttura produce nel soggetto, ovvero il suo schiacciamento sotto l’egida della repressione.

Sulle opportunità del flusso deleuziano, non da intendersi come invito all’uccisione di ogni fardello simbolico in nome di una pulsione cieca ma come liberazione del desiderio dalle istanze sociali che lo hanno ingabbiato, potrei aver molto da dire.


 Mi connetto al flusso. Incontro centinaia di persone ed ascolto ovunque un brusio di sottofondo. Le famiglie, i genitori, i fratelli, le sorelle, i gruppi classe, i gruppi di lavoro, le coppie, i single, gli italiani, gli stranieri, tutti sarebbero aperti al flusso finalizzato non più ad acciuffare l’oggetto miracolistico che colmi la mancanza; piuttosto, dichiarerebbero più o meno sommessamente la disponibilità di donare loro stessi al flusso in sé, esauritasi la speranza che qualsiasi forma di Struttura possa fornire senso alle prospettive immaginarie, una volta preso atto che la mancanza risiede nel concetto stesso di struttura.

Quel che chiamo incontri causali, non fortuiti ma neanche articolati nel “discorso del Padrone”, sono esempio del flusso appunto “macchinico”, volto a produrre nel reale la dimensione animale della vita, dove animale significa abitato dalla pulsione a vivere, senza attribuire al concetto di animalità alcuna valenza religiosa o zoologica.

Nel corso delle presentazioni di Non esiste una giustificazione, ho avuto spesso modo di sentire il flusso, osservando la comunità coinvolgersi in una produzione appunto “animale”, che si è tradotta in una riflessione appassionata sullo scheletro della violenza, sui tentacoli del potere e sul potere accecante dello sguardo dell’altro.

Ho scoperto che uomini e donne, professionisti e non, hanno ciascuno/a un padrone cui chiedere di render conto e mi piace pensare al flusso di idee emerso come amplificatore dell’urgenza di un’azione trasformativa all’insegna del desiderio di produzione di sé oltre le maglie dell’Altro.

Il desiderio ingenuo di incontrarsi per parlare, avviare nuove connessioni relazionali sull’impronta della sorpresa, dello stupore e dell’incanto, comunicare per uscire dal fantasma narcisistico della solitudine, avviare un’azione di cambiamento sociale oltre gli spartiti di concerti già suonati e gli steccati di campi istituzionali prestabiliti, questo ho inteso per flusso.

Movimenti di pura economia pulsionale, sospesi tra sogno e realtà, tra percezione del bisogno e formulazione di una domanda, veicolati dal solo impulso aggregativo tra pari umani.

Rileggendo l’Anti-edipo, ho allora pensato che l’opportunità, in tutta questa confusione, potrebbe (o sarebbe potuta) consistere nel co-produrre un flusso molecolare di azione e passione senza appartenenza alcuna alle categorie molari che scienza, politica e religione confezionano quotidianamente al banchetto esperienziale della vita per poterci chiamare uomini.


 Purtroppo, la paccottiglia dei saperi, la comparsa di nuovi sciamani, l’ipersensibilità con cui ciascuna funzione difende il proprio territorio – politico, professionale, amicale, amoroso, hobbystico – alimentano ovunque, all’interno del flusso, la speranza nelle “credenze”, concime straordinario per sostenere l’illusione che il proprio orticello culturale possa crescere lontano dalle nubi tossiche della radioattività globale.

Ecco che la macchina capitalistica incombe, come ci ricordano Deleuze e Guattari, sulla potenza eversiva del desiderio, deterritorializzandolo sotto forma di flussi decodificati appena il desiderio si presenta nella sua forza dirompente e primitiva.

Flusso credenza, flusso lavoro, flusso appartenenza, flusso noi si, flusso voi no. Flusso distanza, flusso vicinanza, flusso non più, flusso non ancora, flusso non basta. Flusso sono contro, flusso sei fuori, flusso parliamone, flusso ci devo riflettere.

Qui nasce la struttura sottoforma di credo, che ripiega la potenza macchinica del desiderio in una miriade di organi da potenziare, lubrificare, oliare, lucidare, far scorrazzare, revisionare e poi sostituire, magari pagando per la loro demolizione attraverso un contrito processo di lutto. Forse la violenza rappresenta la benzina invisibile con cui ciascuno di noi guida la propria macchinuccia, ben distribuita negli autogrill ad ogni punto di ristoro e di codificazione sociale dei flussi.


Quando viene offerta  un tanto al chilo nel rione della logica mercantile, la fluidità del “corpo senza organi” di deleuziana memoria

studiareamareformarsilavorareconoscere

usciresentiremusicainformarsiviaggiare

si moltipica, si affetta, si taglia, si svende in una pletora di strumenti cristallizzati attraverso i quali ciascuno potrà esercitare il  suo diritto di espressione, il sacrosanto ritorno ad uno stato di benessere, la difesa di un’opinione o la maturata  consapevolezza di avere un problema.

Installatisi nel socius, costumi barattabili come moduli accrescono fallicamente l’esperienza o colmano magicamente una mancanza ad essere. Ce ne è per tutti i gusti e di ogni tipo, in ogni campo del sapere e dell’ignoranza: siamo diventati  l’epoca delle pillole dei miracoli. Tu fai questo miracolo a me, che io faccio questo miracolo a te.


Da opportunità di flusso, le categorie di vita allora si inturgidiscono: sono ora organi del corpo spogliato dal desiderio, veri stendardi del Potere.

Esempi. Se mi formo, allora mi laureo. Se mi fermo, allora no. Se allora no, allora bo. Se mi laureo, allora viaggio premio. Se viaggio premio, allora mi diverto. Se mi diverto, allora sono felice. Se sono felice, allora lavoro meglio. Se lavoro meglio, allora guadagno. Se guadagno, allora mi sposo, oppure mi sposo lo stesso, che il lavoro tanto non si trova.

Luoghi di culto della privacy e della presunzione di emancipazione, vettori ordinanti di traiettorie di vita altrimenti allo sbando, sacre dimore delle “legittime aspirazioni di crescita personale”, queste matrici del “se allora” strutturano una superficie di trascrizione e al contempo di tradimento del desiderio attraverso un discorso tanto amichevole, quanto capace, tempo zero, di congelare il battito della pulsione per la durata di una vita intera.

Flusso liberamente ispirato dalla rilettura di: 

Deleuze G.  Guattari F., L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Tr. it. Einaudi, Torino 1975.