Tutti gli articoli di giacomo grifoni

I sintomi dei chilometri

IMG_20140904_213628

Ci sono cose che non hanno significato, se no non sarebbero cose. I chilometri, ad esempio, hanno un puro spessore cosale per quanto non siano un oggetto.

Si spalmano sul costo della benzina che ci vuole, su quanto tempo ci hai messo, su quanto male fanno i crampi che generano, su quanta batteria dell’ipod hai consumato. Quante persone hai portato, quanto qualcosa. I chilometri si nutrono del tuo quanto. Sono veri capitalisti in incognito.

Certe cose sanno essere democratiche, anche. Per esempio, i chilometri. Prete o brigante, marito od amante, professionista o lassista. I chilometri non ci chiedono la carta di identitá. Per loro siamo tutti uomini e donne senza qualitá, come diceva Musil, il che non è poi così male.

Ci sono cose che non hanno memoria. I chilometri, ad esempio, che non si ricorderanno mai. Tu li temi o li ami. Li eviti o li aspetti. Li ricordi e ci ricami sopra storie. Buoni o cattivi. Facili o difficili. Per lavoro o lungo il mare o lungo la montagna. Per loro, non sei un qualcuno. Non sei un oggi o un allora.  Casomai, un quanto all’ora. 12, 52, 76, 98, 125. Occhio alla lancetta, che individuare il pericolo sta solo a te.

Ci sono cose che non hanno desiderio. I chilometri, ad esempio. Autonomi. Narcisisti patologici. Senza reazioni emotive. Hanno il cuore di pietra e le vene laminate d’asfalto. Vampiri della nostra energia. Non ti vogliono ma ti accolgono, come locande aperte e un pò sciatte che ho incontrato in certe periferie, senza portiere a chiedere niente, con il solo pass per le carte di credito, un cartello con sopra scritto quanto costa dormire, un cancellino che si apre e dice: thank you.

Ci sono cose a cui noi siamo indifferenti. Per esempio, i chilometri. Bianchi o neri o gialli. Al nord o al sud del mondo. I chilometri non sono mappa ma territorio. Se ne fregano delle discese e delle risalite. Dei boschi e delle riviere. Dei confini e dei lignaggi. Dei linguaggi e delle appartenenze. Dei linciaggi e delle sentenze. Del trucco e delle apparenze.  I chilometri sono i veri compagni metafisici del viaggio e non fanno differenze: le code sono per tutti.

Ci sono cose che mi piacerebbe se potessero parlare. I chilometri, ad esempio. Che ci vedono sorridere o arrossire. Sbirciare il tramonto o dove sei. Fare di corsa per arrivarci, alle sei. Prendere multe. Urlare cantare sbraitare. Piangere amare e odiare. Mangiarsi le unghie. Strofinarsi il collo. Massaggiarsi la barba. Guardarsi e dirsi ci siamo.

Come cechi vojeur, i chilometri ci osservano con i nostri occhi. Ammasso che pulsa emozioni. Archetipi dei dinosauri, di nostro zio e dei suoi antenati. Dei convogli e delle carrozze. Di esili e conquiste.

Calcolo minuzioso dell’ossessivo. Vincolo del fobico. Porto di mare per chi cerca pericoli. Ancora per chi fugge da qualcuno o qualcosa.

Ma anche il mare quando lo vedi. E quell’improvvisa ondata di fresco, che siamo più in alto. La neve che prima non c’era: ah già, che da noi la neve non casca: siamo in montagna.

La pioggerellina che bagna e dici finalmente il cristallo lo lavo. Un lago che ti chiedi ci saranno li i pesci. Un autista che ti affianca e lo senti giá amico. Un altro, non sai perchè lo chiami invece nemico.

Quanti ne abbiamo fatti secondo il nostro  contatore interno? Quanti ne ha fatti l’intera umanitá? Giuro. Darei non so cosa per saperlo, che ad ogni giro e ad ogni corsa, esiste un numero esatto.

I chilometri non hanno religione o principio morale. Sono puro materiale immateriale. Cani, gatti, odore, sudore, dolore. Pneumatici sgonfi, va be controllerò. Una spia che si accende, un pensiero che ti tormenta: e se la macchina d’improvviso esplode?

Il monito della riserva. Un piccolo bruciore ogni volta che paghi. I soldi per il carburante sono fatti di catrame. La tappa all’autogrill: quel caffè dal sapore tremendo, ma che lì è il più buono del mondo. Che poi, ormai, bevi solo quelli. La caffettiera che da piccolo borbottava. Acqua frizzante. Una pellicola che scorre, brevi strofe da scrivere.

Il segnale lampeggiante. Rallentare c’è un hazard. Quando andavi impettito a scuola guida. La prima macchina che non c’è più. Il clang sotto la coppa che ti lascia perplesso. Un umore dimesso.

Din don, a cento metri c’è un autovelox. Questa incredibile cosa che è il navigatore: sia benedetto il navigatore. Fare a gara con le nuvole. Giocare a nascondino con il sole. Dire dai, che al mare c’è il sole. E la tua giornata prende improvvisamente colore.

Tutti titoli, tutti aneddoti, tutti enigmi.

Figli dei chilometri sono sintomi buffi, che vorresti guarire, o forse no. Un pò di impaccio e dolori articolari vari. Le caviglie che scricchiolano. Un cerchio alla testa costante. Soglia dell’attenzione sempre up. Il girovita da tenere sotto controllo.

Che c’è un sorpasso, o una curva da fare. Una sterzata brusca che salva la vita. E Poi.  La sindrome dei lavori per strada. Una sorta di ansia anticipatoria strisciante. Guidi tranquillo e ti dici. Ora incontro i lavori, ora ci sono i lavori, stai a vedere che becco i lavori.

Zacchete: eccoti i lavori. No. I lavori no.

Stare più eretti, o stare un pò curvi. Smarcarsi improvvisamente, sentirsi veloce, usare il freno, a volte a mano. Fare a gara con il treno, ma tanto lui va come un fuso. Individuare la piazzola. Parlare dialetti diversi, mischiare il linguaggio nelle culture che incontri: farsi cullare dalla nenia di un detto o di quella calata.


Viaggiare crea una dipendenza strana, un’acre sensazione di libertà. Stare immerso nelle mappe, alla ricerca di un territorio. Tanta fatica, ma poi pensi: sgranchita la schiena, tra i chilometri, nonostante tutto, mi sento un nomade felice.

E vai.

P.s.

Ma no. I lavori per strada, per piacere no!! 🙂

Il lungo respiro di un cane che poi si addormenta

IMG_11627455788016

Un cane è un orologio che separa il bene dal male, la natura dalla cultura, il senso dalle cose. Un cane che poi si addormenta è una poesia.

Ogni notte, Lola mi aspetta sulla coperta. Il suo rintocco biologico non ammette sgarri; e mi segue perplessa, se per caso qualcosa va storto e dopo essersi riempita la pancia, trotterella da una stanza all’altra, oppure sale in macchina o assiste ai bagordi di una cena tra amici, con lo sguardo piccato che dice: quanto mi costa averti come padrone.

Arriva prima o poi, comunque, la consapevolezza reciproca che è arrivato il momento. Ecco che Lola scende diligentemente dal letto, che occupa in mia assenza. Un cane sul letto di un umano combina due istinti: la supervisione e il possesso. La difesa del branco e l’oscuro bisogno farlo.

Un pò contrariata, scende, guardandomi in tralice, che non vuol dire in cagnesco. Si arrotola e si spinge. Soddisfatto lo schema “è ora di dormire”, sgrufola e si arresta. Fa qualche girotondo impazzito. Mi punta con gli occhi socchiusi, quasi a sincerarsi che ancora ci sono. C’è qualcosa che non le torna, come se addormentarsi le fosse desiderato ed ostile.

Non posso darle torto. Addormentarsi è un rituale, a volte una missione. A volte riesce bene, altre volte riesce male. Ci sarebbe da scrivere un piccolo racconto su ogni notte. Meglio. Ci sarebbe da scrivere un piccolo racconto su come si scivola dentro ad ogni notte.

Sicuro lo si fa da soli, anche se in presenza di qualcuno: questo Lola lo sa. Io la chiamo, che vorrei abbracciarla, ma non è il momento, magari domani: ognuno si lecchi le proprie ferite e pensi a toilettare se stesso.

Ha un nido caldo, al pari del mio. E uno sul pavimento, quasi a ricordarsi che il suo destino deve pur essere più scomodo di quello del padrone. Calcola e misura, occupando i due luoghi con ritmo regolare, che lo potresti contare.

Cuccia terra terra cuccia cuccia terra terra cuccia.

Facciamo tam tam. Un posto freddo e lastricato, l’altro regressivo ed avvolgente. Proprio come i pensieri di notte.  Abitiamo paessaggi diversi anche in così poco spazio.

Io spengo la luce ma non i pensieri, che scorrono come watt, o come hertz, o come qualcosa che ha a che fare con l’energia  della luce che ho spento. Lola si sdraia. Si accomoda, si aggiusta sul fianco. Lo senti, questo tonfo felpato e pesante: come  una coperta battuta di pomeriggio in campagna, o un cestino di mirtilli che si appoggia sul prato, o un pacco di figurine che da bambino ti piomba dal cielo.

Ma non è ancora tutto, che c’è una cadenza irregolare dei suoi respiri che fa quasi ansia. Sono veloci, sanno di rincorsa di un cacciatore in mezzo al bosco. Di una preda che sta per essere stanata. Del terrore di essere catturata. Cerco di stare al loro passo.

Entro nella natura. Sfrecciano archetipi: cane padrone tribù battute di caccia. Preda predatore gabbia mancanza di cibo. Tagliola  bastone grotta abbandono paura carne sangue. Stantuffi sonori nel vuoto della notte, come accette che sagomano i miei pensieri.

Lola dormi, che è arrivato il momento.

Poi arriva il respiro finale, accompagnato dall’impasto inconscio delle fauci di un cane, che solo chi li ama riconosce e si aspetta.

E’ un lungo, profondo respiro, come la notte e la pace che genera. Un treno che viaggia di notte verso un paese bello e sperduto. Pausa dopo il lavoro, prima della stagione estiva. Una cena saporita e leggera. Sapere che si scriverà un romanzo di sera.

Sogni tesi ma belli. Ombrelli che si aprono e   passeggi sotto la pioggia. Essere felici della presenza di qualcuno nell’aria.

Anch’io mi addormento, che i cacciatori sono spariti, ed è possibile trovare ombra per i miei pensieri.

La mancanza di spontaneità

IMG_11417077852430

Provo sempre più spesso la disturbante sensazione  di dialogare con persone che attivano  la sola parte sinistra del cervello.

Tutto ciò che attiene ad uno scambio  profondo  viene relegato nei bassi fondi della comunicazione in nome dell’aziendalismo imperante della nostra vita. La netta separazione tra famiglia e professione, tra mondo dell’intimità e mondo della produttività, tra privacy e pubblico ha creato questo scisma violento che si chiama mancanza di spontaneitá. Hai presente quando dici qualcosa e l’altro dice: eh. Si. Infatti. O quando ad una cena condividi per ore i piatti ma non resta niente che evochi uno spessore emotivo. O quando gli incontri tra le persone, le riunioni di lavoro, il dialogo tra amici rimane imbalsamato nei clichè. L’istinto della convenienza, il giocare in difesa e la paura dell’esposizione generano la mancanza di spontaneità. Penso che questo impoverisca fortemente la vita di ciascuno, sia di chi emette, sia di chi riceve. Penso che negli incroci relazionali, ciò che è tuo prima o poi transita anche in ciò che è mio e lo influenzi e che la mancanza di spontaneitá ci stia allontanando un pò tutti da tutti. Non dico certo che si dovrebbe essere sempre aperti al flusso emozionale tra le persone; ritengo, però, che dovremmo avere meno paura di sfatare il mito che  le emozioni siano un segno di fragilità e debbano essere compensate dal bisogno di sfoggiare qualche forma di  “sapere x”, utilizzato come protuberanza fallica per coprire le proprie vergogne.

L’assenza come evidenza

20140831_164333

L’assenza è un’evidenza ed ogni giorno la confrontiamo come cliente scomoda della nostra umanità. L’assenza come causa motiva il desiderio e la nostra ricerca interiore. Ma anche la persecuzione e il delitto. L’assenza come conseguenza è l’esito ineliminabile  delle nostre scelte e delle inevitabili perdite,  che ci fanno comunque sentire individui unici.

Viviamo sospesi nel tentativo di colmarla, per quanto nessun oggetto fará pari, e lascerà sempre un fondo di inquietudine. La questione centrale, per ciascun uomo e per ciascuna donna, penso che stia nel trovare forme evolute di reazione alla specifica assenza che di volta in volta affronta.

Le risposte possibili parlano infatti molte diverse lingue.  Quella dell’arte, della poesia, della musica e della letteratura. Quella del riposo e della meditazione. Quella dell’hobby e dello svago creativo. Ma anche quella della violenza, dell’uso indiscriminato del potere e della prevaricazione.

Quando le risorse latitano, quando i destini sono vincolati, quando ci appiattiamo sulla soddisfazione del bisogno, una deriva dell’assenza – di una conferma, di una consolazione, di una aspettativa – è rappresentata dalla ricerca rabbiosa dell’autoaffermazione. L’assenza perde la sua funzione di motore e diventa fantasma persecutorio che miete ogni limite, deserto depressivo in cui la fame dell’altro sopravanza la ricerca di sé.

XXII CONVEGNO NAZIONALE SULLA TUTELA DEL BAMBINO – 12 e 13 dicembre

Screenshot_2014-10-10-13-22-59-1

Il 12 dicembre parteciperò al XXII CONVEGNO NAZIONALE SULLA TUTELA DEL BAMBINO dedicato alla memoria di don Silvio De Annuntiis

PROTEGGERE I BAMBINI, CURARE GLI ADULTI
Modelli integrati di presa in carico e di intervento nel maltrattamento infantile e familiare

Centro Studi Sociali, Scerne di Pineto, 12-13 dicembre 2014

Effettuerò un intervento dal titolo:

Uomini fragili, risposte violente. Linee guida per il trattamento dell’autore di violenza domestica come fattore di prevenzione e protezione

Sotto il link per la scheda di iscrizione al convegno

http://www.ibambini.it/site/formazione/corsi/detail/26

Qualcosa che si approssima al sogno

sogno

Ci sono esperienze nella vita che sono liminali al sogno. Per quel poco che ho capito su come nascono, credo che derivino da forti impatti con cose della natura. L’esito è quello di sentirsi scossi da un’energia che fa coabitare insieme il piacere con la sensazione della paura; la sospensione, nel concedersi se stare o meno in bilico tra gioco e realtà o ritornare frettolosamente in uno dei flussi in cui scorre standardizzata la vita.

La casistica è molteplice e potrei raccontare di numerosi istanti in cui questo momento magico si presenta.  Negli ultimi giorni, ad esempio, l’ho provato durante un’immersione in un’acqua poco profonda, seguendo un piccolo branco di pesci che non sembravano spaventati da me. O durante una corsa in cui l’ecosistema composto dai miei muscoli e l’aria intorno ha creato qualcosa di molto simile alla perfezione. O quando, nel dormiveglia, ho fantasticato un pensiero che poi, durante una sessione di lavoro, è stato puntualmente citato da un cliente.

Il momento magico capita anche quando tuo figlio cerca naturalmente la mano, proprio mentre avresti richiesto la sua presenza. Quando la temperatura si fa improvvisamente ideale. Quando casualmente trovi una posizione comodissima in cui vorresti stare all’infinito. Quando incontri lo sguardo di una mucca e ti sembra di aver capito tutto. Quando segui il profilo di un monte e ti viene in mente il concetto di pienezza. O quando, pochi secondi dopo il tuo intuito, un indizio si trasforma in prova.

Tendenzialmente, sono momenti privati o provati in un microclima che predispone al sogno; in linea preferenziale, dunque, al mare, in campagna, tra gli animali, durante una terapia; raramente, capita di intercettarli anche con persone reali che si concedono di stare immerse, quanto basta, nelle trame della vita fuori dal ciclo.

E’ perturbante la naturalezza con cui si presentano. Sono in grado, con una dolcezza decisa, di rendere obliqua ogni forma di equilibrio, lasciando aperta una domanda pre-verbale ma non viscerale; ancora troppo involuta per chiamarla simbolo, giá abbastanza evoluta per non chiamarla bisogno.

Penso che il nesso relazionale che connette istanti così diversi e che ci consente di coglierli sia l’assenza di giudizio, una moderata quota di inquietudine, uno sguardo stuporoso che assomiglia a quello di un bambino ed il bisogno di sentirsi vivo.

Si tratta infatti di esperienze a perdere, che non costano niente e che non possono essere fotografate (per quanto ci tenti) o postate su facebook  (per quanto lo faccia).

La loro eclatanza, sta tutta nella loro non straordinarietá: sono battiti di una bellezza inconfondibile quanto quotidiana, distribuita sul crinale che separa il sonno dall’eccitazione sensoriale.

In loro attesa, lo stato psichico a cui abbandonarsi è quello normalmente triste, perché nel fervore maniacale del dire, fare e pensare, non c’è spazio per questo brandello di moderata felicità.

E questa volta se ne va per davvero

Nella mia passeggiata di oggi, che sarà durata si e no due ore, ho incontrato S. 54 anni, viene dal sud, due figli piccoli e fa il muratore.

L’ho incontrato in una mattina cupa e piena di pioggia. Aveva la libera, moglie e figli all’acquario con amici, andava a pescare. Io mi ero semplicemente abbandonato ad una camminata nervosa.

S. mi comincia a raccontare del suo mare, e del clima di terrore in cui vive con la fabbrica agli sgoccioli che potrebbe licenziarlo. Le mie gambe erano dure e poco pronte a stare al passo di un altro, ma sono cominciate ad andare.

Quando siamo passati davanti a una chiesetta bianca, io gli ho raccontato del mio libro e del mio precariato. E di quello che faccio.

In fin dei conti ascolti, mi ha detto S., e questo è tutto. Quando nella vita non ci sentiamo ascoltati cerchiamo altro, trasformiamo il nostro bisogno di ascolto in qualcosa di animale. L’ascolto è un diritto come mangiare e lavorare.

Era coraggioso, aveva un pensiero pulito, ma soprattutto lo sentivo sveglio, vigile, era una persona. Gli incontri si fanno sempre più rari, tra le persone. Abbindolati da frasi, paure, abitudini. Muro contro muro. Spalla contro spalla. Sguardo contro sguardo.

Io ed S. invece eravamo li. Questo l’ho sentito quando ci siamo seduti a un bar, a cogliere l’unico raggio di sole di questa estate bastarda. Ci sta tradendo anche lei, ridendo, ci siamo detti.

Io poi ho preso un caffè e lui un amaro, che ha pagato. Siamo passati davanti alla locandina di una scalcinata edicola, che arrugginita balbettava notizie sull’assoluzione di Berlusconi.

Avevamo proprio in quel momento smesso di sorridere, che S. mi parla dell’impepata di cozze, di come la fanno al suo paese, di quella specie di ragù di pesce che si infila dentro al guscio e di come godi aspirando quel nettare.

Lo guardavo estasiato pensando di replicare decantando la nostra bistecca. Ma S. mi anticipa e mi da il suo cellulare, vuole che vada a mangiare le cozze a casa sua quest’estate.

Io sono in parte del Sud, e conosco quella fiammata di calore che senti nella pelle della gente del sud.

Quasi per difendermi, allora mi incarto, racconto che sto per partire per la Corsica e che non prometto niente. Passiamo per un moletto, dove stanno dei pescatori tristi e qualche gabbiano perplesso alla ricerca di un luglio qualsiasi.

Guardando l’acqua torbida mulinellare, rimaniamo in silenzio, vicini all’acquario. S. allora si fa prendere dalla fretta e non so bene cosa succede, scappa veloce con un forte abbraccio.

Rimango di nuovo anticipato…lo avrei voluto salutare meglio. Giusto dirgli grazie…allora ti faccio sapere…anche se non ti prometto niente.

Riecco non ti prometto niente. Per come va ora la mia vita, domani potrebbe essere tutt’altro. Ciondolando, ricomincio a camminare, e mi sento in colpa per aver poco prima preso le distanze quando S. voleva sapere in quale fine settimana di agosto sarei andato giù.

Mi ricompatto subito, già pronto a rubricare un’esperienza così liquida in qualche box della mente. Nel mio lavoro so bene come si fa, significa stare con tutto te stesso per poi decantare.

Già pensavo al ritmo della corsetta da avviare, quando sento alle mie spalle qualcuno che corre ed è S. che mi da due biglietti per l’acquario, avanzati a sua moglie e ai suoi amici.

Aveva il fiatone, ma ce l’aveva fatta a raggiungermi. Vacci con i tuoi figli, mi dice, io ci ero già stato con loro, per quello oggi non c’ero! Una si, ma due volte no eh!

E questa volta se ne va per davvero.

Tra gaudenti e burocrati meglio non mettere il dito

Tra gaudenti e burocrati meglio non mettere il dito.

La babilonia multilingue dei gaudenti si nutre della sovversione delle regole della natura, nell’aggiramento sistematico dei divieti e nella mortificazione dei diritti. Non c’è storia. Non esiste rimozione o sintomo. Tutto è presente eterno e “pieno sempre”. Ogni mattina si ripete la trama dell’identico ed alla sera i membri del clan si lustrano dei loro umori senza mai incontrarsi, scivolandosi addosso.  Intorno allo specchio dell’autoreferenzialitá, il capo-orda ricorda:

‘Voi che partecipate al mio banchetto, onorate la mia immagine sfiorandovi appena’.

Nella terra dei burocrati, vige invece la regola della Legge senza desiderio. Il dettaglio della carta scritta, preserva dall’espressione della soggettività. L’orizzonte del significato diventa optional e sinonimo di stravaganza. Alla fiera di paese, all’occorrenza, si permette di comprare confezioni di empatia 3×2 attraverso il telemarketing della pulsione. A patto, però, che ogni messaggio di amore venga vidimato, come capo-orda recita:

‘Voi che vi attenete a ciò che è scritto, non divergete se non volete diventare rabdomanti delle procedure perdute’.

I gaudenti gozzovigliano aprofittando della assenza normativa di un Padre. Ingurgitano-evacquano esperienze – emotive, sessuali, professionali – senza temporalizzare gli eventi. Il loro sistematico rigonfiamento miete il nostro spazio; ed i figli diventano così padri di loro stessi, in un sardonico rifiuto delle gerarchie simboliche. Una violenza atroce, che  fa sentire la carne tritata nel far west dei senza Legge.

I burocrati spendono ore dei loro giorni confermandosi nell’alessitimia dei sentimenti, specializzandosi, piuttosto, nella liofilizzazione dell’altro.  Non rispondono proprio. Trapassano con lo sguardo diafano. Annullano la forza d’urto dei sentimenti. Evaporano come ombre per materializzarsi con un sorriso d’assenza, che ci tiene ben lontani/e dalla possibilità di stabilire un contatto. E quando non scorrono amore e speranza, veniamo abitati dalla loro violenza sottile, che non ci fa sentire mai riconosciuti.

Nelle zone di confine tra le due terre, esistono poi i meticci.

Forse che molti burocrati non nascondano il gene dei gaudenti, quando la rigidità diventa l’oggetto del loro godimento perverso, che batte il ritmo dell’annullamento dei significati? Il godimento dei burocrati sta nella burocrazia stessa e nell’alienazione che essa crea nello spazio tra me e te.

Come a fargli eco, molti gaudenti costruiscono regole incestuali, appannaggio della loro visione del mondo; sopravvivono generando codicilli, portatori di matrici parziali di senso e funzionali a creare un “noi-contro-voi”. La burocrazia dei gaudenti sta nella fissazione del godimento in quanto comma esistenziale.

Tra gaudenti e burocrati meglio non mettere il dito.

Il gerundio esistenziale

Nell’attimo del gerundio esistenziale, mi tengo vivo come posso, attraverso esperienze che partono dal basso di me. Perciò, sollecito i sensi attraverso molteplici declinazioni del gerundio esistenziale, che evoca l’idea dello stare in movimento. L’attimo, potrebbe declinarsi in questo elenco di stati misti che volutamente lascio tali:

-giocando con i miei figli senza pretendere troppo da me;

-portando Lola al campo addestramento;

-comprando cibi buoni in mercati rionali;

-entusiasmandomi nel mio lavoro quando incontro un altro;

-sperando di tornare presto a pesca;

-accettando come naturali i miei sentimenti di invidia e gelosia;

-accogliendo la tristezza quando arriva;

-ascoltando musica post-punk;

-portando in giro con orgoglio il mio libro;

-associando e studiando;

-tifando come un bambino;

– riconoscendo le mie paure;

-assecondando senza vergogna il mio impulso alla scrittura;

-pianificando sessioni di attività sportiva sufficientemente buone;

-romanzando le mie sedute;

–rimanendo stupito dalla potenza di alcuni incontri;

–vivendo le pause in modo non depressivo;

– rimanendo stupito dall’annacquamento di certe relazioni;

-chiedendomi cosa possa provare l’altro quando dico o faccio qualcosa;

-componendo canzoni che troverò il coraggio di far ascoltare;

-regredendo nelle parentesi di vacanza o nelle cene tra amici;

-schematizzando, leggendo, catalogando, ordinando;

–fantasticando per poi rientrare;

-integrando stanchezza e forza di volontà;

-riconoscendo l’autorevolezza di chi ne sa più di me (continua…);

-assumendo nei suoi confronti uno stato di dipendenza evolutiva;

-curando la bibliografia di ciò che scrivo;

-dedicandomi alla cucina creativa;

-passeggiando nella mia città a naso all’insù;

 -riflettendo quando viene e quanto basta sui sogni senza angustiarmi se non li ricordo;