Tutti gli articoli di giacomo grifoni

Caro figlio ti scrivo

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Caro figlio. Sei nato l’otto marzo di nove anni fa e giusto un paio di giorni dopo, già sufficientemente lontani da certi clamori ed ancora sufficientemente vicini ai tuoi nove anni, ti scrivo. Lo so che non è facile comprendere, ma vale la pena provare a spiegartelo, perché stai diventando grande e penso sia giusto che tu cominci a riflettere su queste cose.

  Il problema nel mondo nasce quando hai ragione. Si, hai proprio capito bene, non ha sbagliato babbo a scrivere. Quando hai ragione le cose si complicano perché tante persone sosterranno che avrai torto e che hai sbagliato o che comunque non ti puoi lamentare, perché le cose vanno così. Capiterà spesso che queste persone abbiano dalla loro parte qualche forma di potere; allora te dovrai valutare se subire o reagire, stando attento a come reagire; in certi casi non aspettano altro che tu abbia torto con la tua reazione. Ti potrà capitare in un campo da calcio ma anche in posti insospettabili dove credi che le regole non siano un’opinione. In questi momenti, la sensazione più fastidiosa che proverai è la mistificazione, qualcosa che assomiglia al lavaggio del cervello: fanno come se ti convincessero che hanno ragione loro, anche se non è così. Che so, la metafora più semplice che mi viene in mente è: provare a sostenere, peraltro con una certa arroganza, che di notte c’è il sole che splende. Si tratterà allora di non cedere sulla dignità delle proprie idee e, cosa forse ancora più difficile, sulla verità delle tue sensazioni.

  Il problema nel mondo nasce quando sei profondo. Hai di nuovo capito bene, quando sei profondo. Perché quando sei profondo – cioè quando non dimentichi, comunichi le tue emozioni, dici in faccia alle persone quello che pensi, stabilisci rapporti intensi, e così via – le persone si spaventano e si allontanano. Non è sempre detto che vada così, ma molto spesso purtroppo si, perché il mondo per andare avanti ha bisogno di non pensare e conservare dall’esperienza solo ciò che serve per produrre, non certo quello che serve per ricordare. Allora ti dici che dovresti essere più superficiale, fagocitare esperienze di ogni tipo, essere amico di tutti, non assumerti la responsabilità per quello che fai o sei nel rapporto con altre persone. Oppure, cosa forse ancora più pericolosa, potrebbe cominciare a sedurti la regola “meno faccio, meno sbaglio” o “meno dico o parlo, meglio è”. Insomma, ti si potrebbe presentare come valida alternativa di vita l’ipotesi di cadere in una sorta di medioevo dei sentimenti, dove ti spendi pochissimo, dove ti rinchiudi nel tuo castellino lontano dalle brutture del mondo. Il che ti tutelerebbe sicuramente dal fatto di trovarti in situazioni spiacevoli, ma renderebbe molto più triste la tua vita. Come avere a disposizione un pianoforte ma imporsi di suonare la stessa nota per sempre. Din Din Din…

  Il problema nel mondo nasce quando rispetti l’altro. Si, hai capito bene per la terza volta di seguito. Quando rispetti l’altro, questo deve diventare un valore importante in sé, a prescindere da come l’altro si comporta con te. Perché non è affatto detto che l’altro risponda al tuo rispetto con altrettanto rispetto. Anzi. Potrebbe darsi il caso che proprio per il fatto che tu sei una persona rispettosa, l’altro se ne approfitti e abusi in qualche modo della tua correttezza. L’immagine che mi viene in mente per spiegarti questo concetto è: te inviti a casa un amico e lo fai giocare ai tuoi giochi, gli prepari da mangiare cose buone; poi lui ti invita a casa sua e non ti offre niente e soprattutto scopri che non si è posto minimamente il problema. A farti male sarà proprio questo, mica il digiuno. Allora dovrai farti forza e continuare ad andare avanti, nonostante molte campane suonino diversamente dalla tua, a preparare cose buone per gli amici indipendentemente da quello che loro faranno con te. Continuare a credere in un valore che è importante per la tua identità di uomo e di persona nel mondo e non per quello che ti ritorna indietro. Il rispetto dovrà essere un investimento a fondo perduto, senza nessuna garanzia di reciprocità. Dovrai avere fiducia nel fatto che i tuoi comportamenti semineranno da qualche parte la speranza, anche se ti sembrano gocce di rugiada in un deserto.

Ecco caro figlio, io penso che se cominciassimo a ragionare di queste tre cose, magari mentre giochiamo alla play station, sarebbe davvero un bel momento. Ti abbraccio.

Babbo.

Il sonno dei ghiri produce dei sogni?

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Ogni quanto dormono le aquile? Con che umore si risveglia la pantera? Come esprime l’orso la tenerezza? Un’anatra come fa una carezza?

Come si chiama il verso di un gufo quando é arrabbiato? E l’ululare di un lupo che si sente cambiato? La risata di una gazzella mentre balla ad una festa? Il rumore dei pensieri di una falena alla finestra?

Un daino quanto tiene al mutuo rispetto? Una coccinella è ingenua se crede ad ogni detto? La libellula quanti dubbi si pone? Nel lettore del coccodrillo suona quale canzone?

Come si innamora nella savana una giraffa? Come impreca un procione che rompe una caraffa? Il mantello di una marmotta la protegge dai suoi tormenti? In cosa spera uno storione quando ha mal di denti?

Quale pianta assorbe il sangue dei safari? Il terrore dei leoni come volteggia se avesse le ali? Un tartufo mai scoperto passa indenne una guerra? Il complesso di un camaleonte trova rifugio sotto terra?

Un riccio si chiede se sapessi volare? Una chiocciola fantastica le onde del mare? La pioggia ricorda al gabbiano il gusto salato? Come piange una farfalla il compagno che se ne è andato?

A chi importa della fretta di una cavalletta? Chi cura una formica che non raggiunge la vetta?

Ma soprattutto. Il sonno dei ghiri produce dei sogni? Non sono solo domande, io li chiamo bisogni.

Ci sarà una volta

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Le storie iniziano sempre con c’era una volta. Questa invece inizia con il futuro, perchè è semplice creare un alone mitico con l’imperfetto.

Provaci col futuro, in Italia:

“Ci sarà una volta…”.

Ci sarà una volta che?  Ora mi chiedo cosa ci sarà, una volta, in Italia. Perchè me lo domandano i miei figli e me lo chiedo spesso io di notte, quando incoccio una nottata strana, in cui i sassi del sentiero sono più numerosi del solito ed è difficile arrivare al risveglio, perchè sei sempre stato, sveglio.

Ci sarà una volta che me, ci sarà una volta che te, ci sarà una volta che lui o lei. Non riesco a raccontare che questo, in un momento storico dove  le uniche garanzie ce le dobbiamo fornire noi sfornando pane, idee e fantasia, ogni sacrosanto giorno che passa.

Poi ci chiedono perché non ci rilassiamo mai, siamo sempre  frenetici e ne “facciamo mille”. Vi è mai capitato? Io ho imparato a non badare troppo a quelle domande. Quando capitano, provengono, con ogni probabilità, da un altro pianeta.


Quando racconto la storia che si chiama “ci sarà una volta”, racconto in giro che la crisi ci ha dato l’opportunità di esprimere i nostri talenti, che per numerose generazioni sono rimasti impaludati nelle sabbie mobili delle sicurezze.

Dico di sfruttare questa incredibile opportunità. E ne sono fermamente convinto e, sotto sotto, contento, perchè non sostituirei mai la precarietà che sta sotto alla creatività con il pericolo dell’inespressione nelle dimore sicure.

Ma che fatica. Di solito prende in questa parte dell’anno, che visivamente mi ricorda una camminata infinita in mezzo alla steppa.  Peraltro affascinante, non sia mai, a patto di trovare un’osteria dove bere un brodo caldo ed un giaciglio sufficientemente comodo per difendersi dalla tempesta.


Camminando nella steppa, penso a cosa ci sarà una volta che  i ragazzi di oggi cominceranno a sentire gli acciacchi. Ora il fisico carbura, ma poi? Cosa ci sarà una volta che l’entusiasmo si abbassa, il mal di ossa ci attacca ed un’influenza ci costringe a familiarizzare con concetti ignoti come malattia e convalescenza?

Nella steppa, insomma, non si trepida per un’elezione, per un referendum o per un voto politico. Queste cose ci interessano in modo periferico, perchè siamo di poche parole e ragioniamo di altro; molto più volentieri, ad esempio, di dove si nascondono in inverno i criceti russi, che si risvegliano solo a primavera.

Di solito si cammina e basta, e ci si guarda di straforo nel buco che rimane tra il pastrano, il cappello e lo sciarpone, con una sollevata di sopracciglia. Non è un saluto di circostanza, ma quello che si può tra le evidenze delle reciproche sopravvivenze.


Oggi è una giornata strana, in cui raccontare questa storia mi fa un pò più paura. I camminanti della steppa ci sono abituati. Sarà tutto questo vento, sarà la grandine che prendono, e quei piccoli contrattempi che quando capitano, capitano tutti insieme, in un imbuto stretto, a far vedere la vita ristretto, ciuffo d’erba dopo ciuffo d’erba.

Ci sarà una volta che passa. Perchè ai bambini dovrai pur raccontare la storia che la steppa finisce e si rivedrà il mare.

L’ordine delle cose

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In autunno voglio il fuoco che scoppia, in inverno la neve che cade, in estate il sole che scotta, in primavera un fiore che sboccia.

Nell’attesa voglio l’ansia di vivere, nella vicinanza qualcosa che manca, nella distanza la lontananza, nel resto quello che avanza.

Nell’antipasto il sapore più forte, nel primo ordinarlo due volte, il secondo incartocciarlo perfetto, il caffè berlo sempre corretto.

Diplomati per lavorare, laureati per fare ricerca, alambicchi per gli scienziati, le traiettorie di vita chiamarle fati.

La passeggiata per digerire, la corsa per alleggerire, le flessioni per sedare la colpa, che tanto le fai solo una volta.

I misteri per quel fatto di ieri, la certezza per una visuale più netta, la penombra perchè mi asseconda, tra il lusco ed il brusco del mare in un’onda.

Il giorno per pensare a cambiare, la notte per cambiare il pensare, perchè sono i fatti a fare i miei mondi, nelle strofe dei miei bisogni.

Sarebbe bello infatti cantare che i sogni trasformano il mondo, ma a casa mia, se non mi confondo, il tondo fa rima con tondo.

Panico e violenza

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Continuiamo a simulare un’esistenza normale. La simulazione è diventata il nostro meccanismo di difesa preferito, una specie di velo magico che applichiamo alle cose che non vogliamo vedere.

Crediamo che il lupo cattivo sceso dalle montagne a divorare la pecora sia stato uno sbaglio o un’aberrazione della natura, e che non succederà mai più, perchè i lupi cattivi appartengono sempre all’altro e se ne stiano tra di loro a divorarsi tutte le pecore che vogliono nel bosco.

Dovremmo invece cominciare a chiederci noi adulti quello che i ragazzi non sanno chiedere se non con il panico e la violenza. Il panico e la violenza dilagano e rivelano la mancanza di codici di senso in società adulte sonnacchiose e rassegnate, ancora rattrappite sulle toppe del benessere del dopo guerra e di una vita come se. Incapaci di una visione proattiva, di incanalare la pulsione e di fare cultura, di aprire al terzo e al diverso. I ragazzi tutto questo lo sentono e lo agiscono.

Certi modi di vivere sono estranianti perchè non osano contenere il naturale bisogno di slittare dell’adolescente. Le nostre città sono come un dedalo di binari precostituiti dal narcisismo delle comunità adulte e dal pudicissimo senso post-borghese della morale in cui pretendiamo si muovano i ragazzi con ordine, rispetto e riconoscenza; valori di vita che, per legge di natura, magari dovremmo insegnare noi a loro e non pretendere per nostro comfort esistenziale.

Il panico denuncia il senso di soffocamento, l’amore morboso e irrisolto, la patologia di altri che, evacuata in me, vive egoaliena, rendendo difficile fare i compiti in classe e seguire le lezioni, confrontarsi tra amici e farsi una vita. Il panico diventa i tagli sulla pelle, la fuga da casa e l’indicibile.

Il panico parla di tradizioni culturali asfittiche, di tabù irrisolti nella penombra di esistenze familiari moderate dalla vergogna e dall’ossequio del non si deve, non si può, non esiste, non si fa, facciamo come se la vita fosse bella a prescindere, senza sessualità e senza aggressività.

La violenza sopravanza invece la dimensione della protesta e diventa attacco ai legami di pensiero, ai legami tra le cose, alla richiesta di ogni oggetto, alla voglia di amore. Diventa parodia macabra della passione, come decibel sparati addosso, fiumi di inchiostro su pagine che ogni giorno si rilavano e restano bianche, nella beata indifferenza del mondo adulto, capace solo di rimproverare in modo cerbero o di predicare in modo eucaristico.

La violenza è tutto quello che i miei genitori, ed i miei nonni, ed i miei avi, ed i loro amici, ed i loro parenti, e gli amici dei loro parenti, ed i loro conoscenti, e tutti quelli al loro fianco, non hanno potuto o voluto dire, fare, baciare, lettera o testamento. La violenza è chiedere un conto nel modo sbagliato, è pretendere un riconoscimento mai stato aggredendo, è un atto pericoloso che da protesta legittima si trasforma in liquido corrosivo nel paniere già bacato della nostra società.

Eppure basta poco coi ragazzi, solo instradare, solo degnare di attenzione, solo manifestare comprensione, solo dare l’esempio che si può cambiare direzione dello sguardo e dell’inclinazione della testa, quando ci parlano, se si è ancora in tempo.

Sveglia.

In ogni solitudine, c’è un verso di poesia e direzione

LUNANOTTE

 Sottofondo – “in un mi minore”

di Stefano Cencetti

Il titolo è il verso nella solitudine che ho scritto ieri, e che magicamente ha trovato nota (in “un mi minore”), la nota di un caro amico, Stefano Cencetti, che è musicista e direttore d’orchestra, e che fa musica seria, mica come la mia, che la notte se la porta via.

Il tocco del “mi minore” viene da Federica Totaro (direttamente dal suo angolo della Fede). E il pezzo di Stefano lo senti in sottofondo.

Al primo anno di psicologia, poco più che ventenni, con Stefano si parlava di come sarebbe stato bello battere i piedi per pomeriggi interi sui marciapiedi. Da quell’immagine, ci siamo incontrati quest’estate in una frettolosa cena nei dintorni di San Casciano, a qualche festa dell’unità, a raccontarci delle reciproche traiettorie di vita, semplicemente con il piacere addosso e la voglia di scriverci e suonarci sopra. Che a me, se togli le note e la penna, e magari la chitarra, non rimane poi molto.

Allora Stefano oggi mi ha fatto un regalo, che mi piace vederlo come un regalo di Natale ritardato. In quei due minuti di tempo che si è dato, il suo talento e la sua sensibilità hanno gettato giù questa melodia che è struggente e rappresenta proprio la mia musica, che lui sa e riconosce, perchè la sente dentro.

Improvvise fette di sole nel buio che movimenta. Una casa brumosa in Irlanda alla fine di una corsa, proprio quando il calore del corpo ha ammansito il freddo pungente. Poi mi sa di spiaggia in Spagna, si e no a tre quarti dell’estate, si e no a tre quarti del pezzo. Poi ritorno in Norvegia, a mezzo fiordo di distanza dall’età che avanza.

Grazie Stefano, sicuramente verso di poesia e direzione.

Si fa un disco.

Pescare niente è bellissimo

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Ero a Calafuria, vicino Livorno, ed era un mare mosso ma non molto, giusto quello che ti serve per dire oggi abboccano, e posso andare vicino alle onde senza bagnarmi, vedrai che abboccano.

C’erano dei bambini che scoppiavano in ritardo petardi, il chè non ha disturbato tanto me, o i mei bambini, ma la mia canina Lola si, che si è infrattata dentro ad una roccia e ho dovuto consolare.

Poi ho provato con la bombarda, comprata anni fa a Pontedera, che è un bussolotto di plastica che scodinzola a mezzo mare, dice che richiami le occhiate, ma anche stavolta non ha richiamato niente se non l’eco del mare, e qualche schiocco sonoro sullo scoglio, che sembrava dire io ti voglio.


Pescare niente è bellissimo. Ti dà la misura di quanto è bello pescare.


Poi c’era accartocciato sotto me un volantino del movimento 5 stelle, dove si chiedeva la tua adesione per il referendum, che è uscire dall’euro, al che mi è preso un pò di tristezza, ed un compulsivo controllo del portafoglio nel giubbotto, che se cadesse quello in mare, con gli euro dentro, ed i documenti, sarebbero guai.

L’ho cestinato nella bottiglia di plastica perchè era illeggibile, insomma inutile, e sarebbe finito in mare, che non è bello inquinare. 

Poi, si e no, due o tre volte, ho provato con il galleggiante, i miei figli giocavano con l’esca, si divertono a gettare l’esca al mare, mentre la speranza di pescare qualcosa se ne andava a naufragare.

Dai che lo prendo, un branzino, o come lo chiamano qui, ragno, un pesce grosso, di quelli veri, mica la magra pietanza che ti offre lo scoglio, che è il pesce di scoglio. Inutile, ‘sta voce di sottofondo rimarrà sempre, al di là del principio di realtà ma senza essere principio di piacere.

Galleggianti a goccia e a pallina, piombati ed affusolati, pesanti e leggeri, con la lenza di oggi e, soprattutto, con quella usata ieri (che anche la lenza al giorno d’oggi costa).


Ma i pesci rimangono tutti per l’altro, questa è la sindrome del pescatore, il pesce che non prendi non è un pesce in sè, ma un pesce prendibile dall’altro pescatore.


In fondo, laggiù a la Capraia, c’erano tre navi grosse, immaginavo dentro ci fosse qualcosa di importante, ma forse erano solo tre grosse navi,

tre grosse navi tra tante.

Poi è arrivato uno squarcio di sereno, un raggio di sole potente e bello pieno, e mi sono improvvisamente detto è estate, mi getto in mare, che tanto è estate,

ma eran solo fate.

Poi l’ondone freddo come al solito è arrivato, mi ha lasciato li mezzo inzuppato, con i miei figli a ridere e a dire “è sempre il solito”, e ho cominciato a fare il buffone, e la canina Lola, dall’istinto della protezione,

cedeva a quello della derisione.

Poi ho intravisto la Corsica, le mie falcate calde su chilometri di spiaggia rovente, i polpi ci zampillavano dentro, un improvviso senso di pace della mente,

ed i tendini tirare.


Erano le quattro e poi, poi, poi… poi arriva la Befana. Via bambini, chiamate la mamma, per oggi s’è finito di pescare, si va al ristorante, si ordina un fritto, che oggi si mangia comunque.

Le esperienze del dolce

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Un passante che sfiori e sorridi. Risvegliarsi in mezzo alla neve e pensare che sei te quel che vede. Dopo aver detto ho sete, invece, è dolce mio figlio che beve.

Il piacere dei capelli quando li lavo. Regalare alla macchina il pensiero di farla pulita. La campana che suona i rintocchi, un orologio che da tempo non metti.  

Dialogare in modo normalmente arrabbiato con chi ti ha tamponato. Invidiare all’estate il fatto di comprare ai bambini un gelato. Ritrovare una vecchia bozza, di quello che hai poi pubblicato.

Scrivere una frase sui gatti e sui cani tutta d’un fiato. Scambiare la scrittura come appunto un respiro, e le sue pause, con un dimesso sospiro. 

Rivedere al rallentatore il gol preferito. Assaggiare la nutella con vergogna ed un un dito. Comprare salumi regionali in imprevisti mercatini rionali.

Riflettere sull’urto del terremoto e risentire il terrore dei piccoli, che ad addormentarsi ci vogliono attimi, ma quello giusto stanotte non c’è.

Fotografare chi hai di fronte per farle un primo piano dell’anima. Parlare al tramonto con i contadini di come si faceva la semina. Mischiare le carte come un mago, la volta che  ci riesce.

Mangiare le pesche, quelle dure, quelle fresche. Provare a dormire in un convento. Cambiar verso all’onda del mare soffiandoci sopra contento. 

Contare con le dita di nascosto, come quando da piccolo mi ero perso nel bosco. Poco tempo ci avrebbero messo a ritrovarmi e riabbracciarmi più spesso. 

Dolce è tutto quello che sa di vero e di buono, che provare non è stato vano. Dolce è come camminare sopra l’ansia di vivere, stringendo a se stessi la mano.