Tutti gli articoli di giacomo grifoni

Quando andavo allo stadio da piccolo

Quando andavo allo stadio da piccolo dormivo a casa dei nonni la sera prima, che abitavano a cento metri dallo stadio e mi facevano cose buone da mangiare.

Lì, dove abitavano i miei nonni ed ora la casa non c’è più, Firenze mi sembrava più aperta, i viali più larghi, il sole più caldo ed il freddo più freddo. Provo ancora questa sensazione a Campo di Marte.

Mi svegliavo ogni domenica con l’odore croccante del pollo arrosto che mio nonno guarniva con religioso silenzio e si univa all’odore scopiettante del caffè, che mi piaceva di più di quello di casa.

Poi andavo con lui ai “campini” e a quell’epoca si vedevano i giocatori, quasi si toccavano, non erano divi di plastica ma persone importanti ed umane; mai che avessi voluto diventare uno di loro: li vedevo come miti possibili e basta.

Facevo qualche palleggio con il nonno e poi si tornava a casa: non mi riusciva proprio palleggiare, meglio andarli a vedere i giocatori. Arrivavano i miei e mangiavamo il  pollo croccante.

Dopo pranzo era un piccolo rituale magico:  partivo con mio nonno e mio padre per immergermi in un catino fitto fitto, dove per vent’anni ho preso pioggia, grandine, neve, ho visto l’incidente  alla testa di Antognoni, il gol di Monelli al Napoli da centrocampo e ho imparato cosa significa far parte di una comunità.

Se lo sapevi usare, lo stadio era un maestro di vita: ti insegnava a non calpestare quello accanto per andare in bagno, a rispettare la fila, a sopportare la fame e la sete, a condividere una gioia ed un dolore e ad esprimere in modo accalorato e civile un’emozione.

Che si vincesse o perdesse, alle sei c’era novantesimo minuto. Si vedevano tutti i gol, tutti insieme, perchè le partite si giocavano tutte insieme. Li vedevo di nuovo con mio padre e mio nonno, io sul letto e loro in piedi sulla soglia della porta.

Con un pò di nostalgia, allora tornavo a casa con i miei genitori, dove avrei visto domenica sprint, ma non sarebbe stata la stessa cosa: domenica sprint alle otto di sera era un pò come già una pre-scuola, insomma significava che poi si ricominciava.

Comunque, se c’era stato un gol molto bello della Fiorentina, telefonavo a mio nonno per ricommentarlo anche alle dieci: quello era l’istante più importante, perchè lui era già a letto ma si rialzava per parlare con me di un fatto magico che avevamo vissuto poche ore prima insieme.

Parlare con me era dunque qualcosa per cui valeva la pena alzarsi dal letto.

Supervisio-amiamoci

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RIflettevo su quello che sta succedendo in molte piazze italiane: virtuali, reali, professionali, amicali.

I gruppi sono frammentati, e invasi da legami – K, direbbe Bion: scivolano cotidie nella prepsicosi, nella posizione schizoparanoidea, nell’ansia persecutoria del carnefice, nell’attesa inconsistente dei messia, nell’idealizzazione massiccia di feticci: ogni dato concreto che diventi sembiante di una pulsione inconscia indigerita e non pensata.

Il pensiero è minato da una miriade di oggetti bizzarri, agiti imperanti, lotte col coltello tra i denti. Mi sembra che siamo tutti un pò pirati senza tesori da cercare o mappe da scovare per andare a cercare tesori.

I legami sono lassi e ci si rivoltano contro: un giorno mi sei amico, un istante dopo sparli, poi mi ritorni amico ed io sono confuso, perchè confido nella presenza di concetti come memoria o coscienza, mentre tu mi racconti il contrario con lo svolazzio frivolo della tua esperienza.

Il tempo è diventato un “solopresente“, struttura olofrastica e quindi psicotica: non vengo mosso da un valore o da un’ideale in cui infuturarmi, non vengo mosso dalla memoria di un errore passato, non vengo mosso dall’ansia di un giudizio imminente ma dal polpettone intrapsichico che è fatto da: la riduzione dal danno, la salvaguardia personale, il solletichio immaginario del mio io, l’abbuffata di pulsioni, l’annullamento del margine di rischio, il bisogno di corporativismo “come se”,  l’angoscia di un “noi” maniacale contro un “voi” bastardo, e cosi via.

Potremmo supervisionarci a vicenda con amore, attenzione, rispetto, integrazione nelle differenze e passione. Creare una rete pensante ed amante dove fondare un progetto virtuoso: questo potrebbe partire dal basso, dal confronto sulle nostre reciproche innocenze, carenze, mancanze e paure.

L’amore creerebbe allora legami stabili e non perturbabili dalle intemperie emotive. L’amore creerebbe nuovi contenitori di senso sulle ceneri delle nostre reciproche crisi: valoriali, economiche, familiari, professionali ed esistenziali.

Dovremmo far capire che è dalle relazioni di amore – dove per amore intendo il concetto più ampio di condivisione di passioni non distruttive –  che nasce l’economia di buoni gruppi, che si rispetterebbero in una versione armonica del conflitto, dove sarebbe bello parlare di quello che secondo te io credo mentre io parlo di quello in cui secondo me tu credi.

Non è l’economia che crea amore: piuttosto, penso che sia l’amore a creare economia.

Dovremmo denunciare la mancanza di amore che pervade la nostra vita: eppure non lo facciamo; o meglio, facciamo capolino – come un bambino in punta di piedi –  ma è come se ci vergognassimo nel pretendere di fondare una società sull’amore.

Penso che una delle cose di cui ci vergogniamo in assoluto sia il nostro bisogno di amore nella versione pubblica di noi stessi. Ci rintaniamo nelle nostre case, ad autogenerare un affetto condiviso con i nostri cari, ma che manca di connessioni con gli affetti degli altri. A volte questo accade, ma sono come gocce estemporanee di rugiada.

Il nostro io pubblico diventa così il mondo del cervello sinistro: dell’efficienza, della strategia, della performance svincolata dall’eros. Scisso dal primo, il nostro io privato abbonda invece di eros senza sfondo, senza scheletro, avvitandosi su se stesso.

Il cervello tagliato a fette abbonda nei tempi di magra: a volte perdo la speranza che sia possibile supervisio-amarci.

L’istante eterno dello sguardo

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Quando non vedevo a gettito continuo, mi emozionavo di più: sentivo il valore delle cose, della loro giustezza o del loro sbaglio. Nell’epoca del non visibile, il pericolo era l’eccesso dell’indicibile e del soliloquio interiore.

Oggi che invece vediamo tutto e di tutto, il pericolo è l’anestesia, che deriva dall’eccesso di oscenità a cui assistiamo. Nell’epoca dei click, l’istante dello sguardo batte il tempo per comprendere e il momento di concludere. Se li mangia proprio.  È una rivoluzione dei tre tempi logici di cui parlava Lacan.

Le verità sono diventate istantanee e immediatamente solubili con le cose. Non serve loro il tempo per comprenderle per essere comprese. Né la decisione di concluderle per essere concluse.

Sono flash immanenti, noumeni, piccoli dei che impongono regimi autoritari nel regno di ciascuna retina. Fiammelle onnipresenti nel cimitero delle cose pensate.

I dati sensoriali bombardano il nostro esserci: l’esperienza che facciamo delle cose si riduce spesso ad un equilibrismo sospeso degli stimoli – dire, fare, baciare, lettera e testamento – sul nervo ottico, senza che ci sia accesso alla materia grigia.

Il nervo ottico scrive dunque il diario del mondo attraverso pure scariche elettriche senza sfondo. Questa è la nostra stanchezza. Il rischio dei microtraumi ripetuti è l’anestesia affettiva: non ci scandalizziamo e non facciamo più della nostra indignazione un valore di vita.

Nella parata dei flash traumatici, diciamo: ancora una volta, fino a quando, un giorno, qualcuno o qualcosa non sia in grado di risvegliare in noi la consapevolezza che è arrivato il tempo per comprendere il momento di concludere.

Le brochure delle tre nuove edizioni del corso di formazione Cam (Firenze, Cremona, Sardegna)

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Partono a breve le tre nuove edizioni 2014/2015 del corso formazione CAM, rinnovato e strutturato secondo tre livelli e che sarà effettuato a Firenze, a Cremona ed in Sardegna (Olbia o Sassari).

Di seguito il link per scaricare le brochure.

Il nuovo corso, arricchito e modificato, prevede tre step formativi:  

–corso di formazione propedeutico   

aperto a tutte le professionalità. Rappresenta un’occasione formativa per tutte quelle persone che a vario titolo si trovano ad interfacciarsi con la violenza nelle relazioni affettive.

–corso di formazione di primo livello

–corso di formazione di secondo livello

I corsi di Primo e Secondo livello sono riservati alle professioni di aiuto o a volontari che abbiano maturato un’esperienza consolidata nel settore.

Cambiando si impara: idee per una teoria ed una pratica della non violenza

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«La verità e la non-violenza sono antiche come le colline»

 M.K. Gandhi

 Teoria e pratica della non-violenza  Einaudi, 2006


Nel mio intervento di ieri alla giornata di studi “Vincere la violenza alla donna” organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Firenze ho cercato di coinvolgere tutte e tutti in un messaggio culturale.

L’assunto di base da cui parte ogni forma di azione e contrasto della violenza, a favore di chi la agisce e subisce, è aumentare i gradi di libertá del soggetto attivo o passivo rispetto alla possibilità di scegliere.

Se psicologizziamo la violenza, utilizziamo categorie di potere. Se psichiatrizziamo, anche. Se nosologizziamo, peggio che mai. Il concetto di scelta apre le porte a quello che più ci interessa, e che è il cambiamento culturale, che dovrebbe iniziare nelle piazze, nelle palestre, nei bar di provincia, nei campetti da calcio.

Si può scegliere che cultura essere, nell’appartenenza e nella differenziazione. E se proprio si fosse “ammalati” di violenza, si può sempre scegliere di curarsi o meno.

Trasatti spiega in modo esemplare in  Educazione e non violenza, come occorra decostruire gli stereotipi che stanno intorno alla non violenza, oltre che quelli che ruotano intorno alla parola violenza.

Non violenza non è passività, ma è assertività e coraggio di far valere le proprie idee in modo rispettoso.

Non violenza non è spiritualismo ma impegno strategico, sinergico ed efficace.

Non violenza non è “noi-voi” ma “noi e voi” oltre le dicotomie che semplificano e scindono il mondo.

Non violenza significa dire no ad un problema che è strutturale e sussume la violenza di genere.

A mio modo di vedere la violenza è, nella maggioranza dei casi, la deriva di un modo di essere culturale. E lo dice l’ Oms,  che all’interno del modello olistico ed ecologico della complessità, sottolinea le determinanti culturali della violenza.

Nell’epoca delle “passioni tristi”, come dicono Benasayag e Schmit, dovremmo nutrire il futuro soprattutto di una nuova speranza culturale che faccia della non violenza pratica, teoria e strategia.

Idee:

1) revisione degli stereotipi dell’esser maschio e l’esser femmina a partire da sè;

2) impegno nel cambiamento sociale in ogni contesto possibile: intimo, amicale, informale, professionale;

3) adesione ad un’ottica non giustificazionista della violenza ma aperta alla speranza non mistica;

4) adesione ad un’ottica pluricausale della complessitá della violenza che non ne snaturi la trama culturale che la compenetra e sottende;

5) scrivere e generare idee incontrando gente comune;

6) trovare sintesi, comunanze e differenze tra modelli teorici diversi, riconoscendo quanto le categorie di potere abbiano avviluppato le nostre forme di sapere;