Archivi categoria: Parole e note

Nel mio lavoro, la preparazione scientifica e la pratica clinica interagiscono costantemente con l’espressione artistica, l’accento poetico, la letteratura, il cinema, la musica. Ritengo che questi aspetti estetici, oltre a valorizzare la mia formazione, siano imprescindibili anche nel percorso di cura: ciascuno può infatti ri-trovare se stesso imparando a riconoscere quali sono gli strumenti creativi attraverso i quali può esprimere e trasformare la propria identità. Questa è dunque la sezione in cui condivido mie libere impressioni ed espressioni, alcune delle quali possono essere protette da password: basta contattarmi per riceverla.

Con te stando

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Ci chiedono correttezza. Ci chiedono umanità. Ci pregano con destrezza di sopportare le avversità.

Ci chiedono una ballata. Ce la domandano ridendo con gusto. Ce la chiedono mentre il sole tramonta e ce la storpiano a mezzo busto.

Ci chiedono contestatazione. Sceglietevi un capo, un leader che parla. Ci dicono preparatela pure, noi vi abbiamo tolto la cultura per farla.

Ci chiedono contribuite. Ci regalano un cacciavite. Ci esortano a vivere una vita in modo balordo e un pò rotto, l’alternativa doc ad un mondo corrotto.

Ci chiedono pazientate. Con fretta se pagate. Ci dicono non sporcate ma noi il pulito lo abbiamo nel sangue, mentre è il loro pulito che langue.

Ci sussurrano dimenticate. Utilizzate la rimozione. Scordatevi ad ogni alba il ritornello di questa canzone.

Scambiano con una parola di Freud il carrattrezzi di quella stagione quando di notte faceva un po’ freddo e ti aspettavo emozionato in stazione.

Quel giorno non è arrivato. Quel giorno non arriverà mai. Quel giorno è solo un dato in risposta immaginaria ai miei guai.

Con te stando contesterei.

Con te stando con te starei.

Con te stando mangerei un gelato.

Con te stando non sono mai stato.

 

Le cavallette, per caso.

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Nel mio lavoro mi chiedo cosa sconvolga l’assetto di una vita o cancelli le prospettive di speranza. Da piccolo pensavo alle catastrofi, o ai terremoti, o ai cataclismi. Immaginavo la fine del mondo e la terra invasa da cavallette, provenienti da qualche non so che.

Tutto questo, in buona parte, c’è già. Ed è come il peggior spavento che si realizza, a parte le cavallette. Da grande ho infatti imparato che al posto delle cavallette gli inconvenienti di oggi sono molto meno affascinanti. Si travestono in modo accondiscendente. Ad esempio, con l’indifferenza della gente, o la sua grettezza, o la stupidità, che viene incredibilmente premiata ad ogni talk show. Con l’ombrello in mano, e le mani in mano, rimaniamo in attesa di un compromesso, di una rivoluzione o della costruzione di una nuova stazione, di arrivo o di partenza.

E’ la mancanza di cultura il vero mostro. Striscia lungo le strade del centro e della periferia distribuendo a buon mercato usanze e credenze che annullano la fatica, il merito ed il desiderio.

Le persone soffrono per mancanza di cultura. La cultura si misura non con i libri ma con lo spessore di vita. Con l’uso intelligente del dolore mentale, un moderato senso di pazienza ed i sogni che trainano. Per questo, apprezzo la cultura di un pescatore intirizzito, che mi fa una lenza, appunto con pazienza. O quella di un giornalaio della domenica, che la carta dei giornali non è come venti anni fa. O quella di un impiegato di banca consapevole, che si ribella al suo personale regime con un’alzata d’occhi di fronte al Direttore.

Quando la cultura di qualcuno mi viene tramandata con passione, io soffro meno. La depressione che deriva dal vuoto di cultura è invece ammorbante ed asintomatica. Ce lo dice la gente che ha deciso di non mentire a se stessa. La depressione culturale mimetizza il vuoto e ne diventa l’artefice. Lobotomizza il senso di responsabilità e annienta le prospettive. Plastifica la vita, incellophanandone ogni metafora. Ne siamo tutti emissari nella misura in cui “non c’è niente da fare”, “cosi è se vi pare”, “si fa quello che si può, nonostante tutto”.

L’ansia che nasce nel vuoto di cultura è puro impulso a distruggere o a costruire alla rinfusa. Si fa. Si delibera. Si genera. Si pontifica. Si legifera. Si agisce. Si riforma. Si informa. Si vota. Si canta. Si suona. Si beve. Si mangia. Ne siamo tutti prima o poi attori, ne siamo tutti prima o poi preda. Rutila nel traffico e nella segnaletica stradale. Si arrabatta a sfornare un fac simile di sentimento, che se lo porti via il vento, perchè non ci interessano i sentimenti fotocopia. Sono più poetici il rombo dei motori, il clang degli ammortizzatori ed il nome della marca di certe lattine d’olio.

C’è una sorta di autorizzazione sociale che mi spaventa. Accettiamo che sia così. Permettiamo soprusi e li accogliamo in casa con mestizia, come nel peggior medioevo, pretendendo di inculcarci dentro la convinzione che non ce ne potremo mai difendere.

Le categorie di senso, i paletti educativi, i fattori di contenimento, la protezione delle famiglie, i racconti dei nostri nonni, il mito dei bisnonni, la storia di esistenze etiche, sono diventati la penombra di noi stessi.

Io per primo li ricordo come un prima rispetto a questo dopo, dove la gente rincorre le conseguenze di progetti di vita per caso, che sono milioni, come le cavallette che da piccolo immaginavo avrebbero invaso il mondo.

G.

(Grazie al mio amico Lando per la splendida foto del post.)

Nel sud delle cose

2015-04-23 08.03.17

Io sono cresciuto da sempre nel sud delle cose, dove l’orientamento esistenziale è dettato dagli odori e dai colori.

Da piccolo ricordo in Calabria concetti dilatati del tempo sfrigolare assieme al caldo vibrante dell’asfalto. Uscivo di nascosto di casa durante la siesta che tutti dormivano. Me ne andavo su un terrazzone che dominava il paese e ricercavo quel sole stordente, vero cibo per la mente.

Vedevo il mare blu a un tiro di schioppo e mi immergervo nel catino degli odori di quelle piante rosse di cui non ricordo il nome. Forse oleandri. Erano tante che mi sembravano una foresta e spesso sopra ci mangiavo una pesca. Ecco, era pura sensorialità, dove l’esperienza del benessere coincideva con qualcosa di mistico.

Nel sud delle cose si vaga a lungo e senza troppe remore tra i concetti di giusto e meno giusto, perchè si confida che l’istinto faccia prima o poi da timone.

Così mi ritrovavo a pranzare che sono le 18 o a passeggiare che sono le 4, perché c’è un tonico particolare nell’aria che addolciva la vita, sfiorando certi equivoci o giocando con alcune interdizioni.

In un posto in cui sei cresciuto, ti senti da sempre saputo. Come una granita perpetua a forma di ossigeno, o una parmigiana croccante al suo primo boccone, un calamaro gratinato, o il latte di mandorla gelato, o il liquore di mirto a sincerarti che la vita continua.

Poi, nel sud delle cose, a fianco delle loro case, ci sono i vecchietti incontrati per strada, che ti guardano con rispetto felici di condividerti per un momento. I vecchietti per strada nel sud delle cose sono come bambini innocenti, spesso come loro hanno pochi denti e sono tremendamente pieni di vita e di coraggio.

Ognuno ha il suo piccolo menu etico, che ti sembra inequivocabilmente la soluzione al male del mondo. Mentre ci parli rapito, sei convinto che tutto cambierebbe se fossero loro a fare le leggi o a scrivere i libri o a insegnare all’università.

Li saluti con un goccio di amarezza, sapendo che forse non li rivedrai più; ti rimane impresso a lungo il concetto che hanno espresso come massima di vita o il sapore dell’amaro che ti hanno offerto abbondantemente al caffè di paese.

Uno di loro mi disse: tu le passioni, se davvero le sai scrivere, insegnale alla gente a vivere. Ha voluto l’indirizzo del mio blog ed io, con la mano che mi tremava per l’emozione, l’ho scritto sul tovagliolino ruvido di carta del bar.

 

Il ritorno ad un futuro precedente

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Mio nipote mi guardò stretto nelle pupille quando mi chiese cosa fossero ai miei tempi il giusto e lo sbagliato, ed io gli raccontai che a un certo punto si sgretolarono, coincidendo con i concetti di potere e debolezza. In pratica, gli spiegai, se eri potente eri giusto e se eri debole eri sbagliato. Almeno questa fu l’evidenza che ci accompagnò per anni.


Smetteva di fare le sue cose quando gli parlavo di internet, blog, chip, password, bancomat e carte di credito. Soprattutto, era catturato mentre cercavo di spiegargli come fosse fatto un cellulare, la sorpresa che provammo quando arrivarono a cambiare le nostre vite e ci sentimmo tutti più vicini e più soli.

Quando discutevamo di questo e altro  mi prendeva un pò in giro, ed io mi avvertivo all’improvviso vecchio. Poi tutto finiva in una rincorsa, se il tempo e gli impegni della giornata ce lo permettevano, e ricominciavamo a parlare.

Internet gli pareva proprio strano, per il mondo in cui lui era nato e cresciuto, e non si capacitava di come fosse possibile aver inventato in passato un sistema così complicato. Con i suoi amici, poteva farne senza, che a loro bastavano adesso modi molto più semplici per comunicare.

Prendeva sonno quando gli parlavo della radio e delle cabine telefoniche ed anch’io, arrivato a quel punto, sbadigliavo un pò, forse per lo sgranarsi dei miei ricordi. Sorrideva all’idea di me piccolo con un gettone in mano ed era stupito che questo avesse un costo; il gettone: qualcosa di solido con una riga in mezzo a segnare l’inizio del prezzo di una comunicazione.

La volta che mi chiese cosa significasse lavorare, fui costretto a raccontargli che le cose cominciarono a funzionare in modo strano come per il concetto di giusto e sbagliato; molti lavoravano molto per poco e pochi lavoravano poco per molto. Molti iniziarono a non lavorare per niente e se ne dispiacevano al punto di avere da offrire, alle persone che amavano, solo l’amaro della loro rassegnazione.

Nelle notti piú lunghe, c’era la volta della storia delle differenze. Ammetteva di esserne un pò spaventato e mi stringeva forte la mano. Una diversa per sera, ascoltò una guerra tra i popoli o una battaglia tra le persone comuni per come le avevo vissute, viste o sentite; capì così che, per ogni cosa detta o fatta, gli uomini decisero di dividersi in schieramenti e fazioni che davano senso in modo sanguinoso alle loro esistenze; perché ciascuno di loro voleva annullare, appunto, la storia delle differenze.


Al suo risveglio, anche quella mattina camminammo raccogliendo more e ciliege fino al fiume, dove lavare il sonno della notte parlando di giusto e sbagliato.

Lì incontrammo i suoi amici e tanta altra bella gente. Tutti insieme continuammo ad ipotizzare, sotto il sole cocente, come costruire il ritorno ad un futuro precedente.

Le opinioni del mare

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Io torno al mare tutte le volte che ho bisogno delle sue opinioni su di me.

Possono venire da una manciata di sarde, o da una piccola ferita su uno scoglio. Dai moli grossi, costruiti per evitare che le correnti mangino la costa. Da una mezza luna di notte o dal sogno, ormai assopito, di pescare un’aragosta.

Le opinioni del mare sono oggetti di riporto fragili e spaiati su cui è facile fare poesia; così come era mosso il mare quel giorno di festa, che a rendere tutto più problematico, il mosso spesso basta.

La battigia in primavera è una scommessa a tu per tu con la prospettiva di un riscatto. Che siano minuti o passino ore, sulla spiaggia accanto a un piatto non è facile mantenere il buonumore. I bordi di Italia, e forse di ogni nazione, sono fatti di ciabatte, bambole contratte, ferri da stiro ossidati e vecchi macchinari per preparare gelati.

Il mare parla come può ed usa i sussurri dell’acqua od il suo sciabordio. Il successo di una sua consulenza avviene quando torni a casa confuso sul concetto di tuo, di suo o di mio.

Ieri non mi andava granché di correre, solo di camminare. Dribblando i resti di tutto quel materiale, coglievo così, in modo nitido, il profilo scomodo di certi orizzonti, in attesa dei loro tramonti. Seguendo il profilo della Corsica, avrei ricamato a lungo interrogativi sull’adolescenza e sull’ansia di imparare a far senza.

Poi è comparsa la fame di vita dei figli, a cui è vietato rispondere con gli sbadigli. Ovunque tu sia, quello che aleggia sembra il miglior odore di sempre, e ti chiedi quale oste casereccio, piatto ricco, mollusco prelibato, conto stracciato, ti perderai. Con straordinaria regolarità, dove sei a pensarlo non è dove sei stato o dove andrai a mangiarlo, a lasciare lo strascico delle sue reti. 

Le opinioni del mare alle sette di sera sanno di fritto e di qualcosa di sensuale, a patto che non ci sia il maestrale. Arriva, nel caso, una fitta profonda di nostalgia ed uno smarrimento violento sulla sua scia. In quei momenti, tutto diventa come un bosco continuo e frondoso ed il moto ondoso qualcosa insieme di attraente e di odioso, fragoroso, sontuoso. Insomma, qualcosa che finisce con “oso”.

Mi ha definitivamente distratto il  preparativo di un pescatore ed il mesto ritirarsi di un suo compare, che a raccogliere il retino sembrava proprio un attore.

Per ogni uomo di mare che se ne va dalla riva, ce ne è sempre uno nuovo che arriva.

Caro figlio ti scrivo

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Caro figlio. Sei nato l’otto marzo di nove anni fa e giusto un paio di giorni dopo, già sufficientemente lontani da certi clamori ed ancora sufficientemente vicini ai tuoi nove anni, ti scrivo. Lo so che non è facile comprendere, ma vale la pena provare a spiegartelo, perché stai diventando grande e penso sia giusto che tu cominci a riflettere su queste cose.

  Il problema nel mondo nasce quando hai ragione. Si, hai proprio capito bene, non ha sbagliato babbo a scrivere. Quando hai ragione le cose si complicano perché tante persone sosterranno che avrai torto e che hai sbagliato o che comunque non ti puoi lamentare, perché le cose vanno così. Capiterà spesso che queste persone abbiano dalla loro parte qualche forma di potere; allora te dovrai valutare se subire o reagire, stando attento a come reagire; in certi casi non aspettano altro che tu abbia torto con la tua reazione. Ti potrà capitare in un campo da calcio ma anche in posti insospettabili dove credi che le regole non siano un’opinione. In questi momenti, la sensazione più fastidiosa che proverai è la mistificazione, qualcosa che assomiglia al lavaggio del cervello: fanno come se ti convincessero che hanno ragione loro, anche se non è così. Che so, la metafora più semplice che mi viene in mente è: provare a sostenere, peraltro con una certa arroganza, che di notte c’è il sole che splende. Si tratterà allora di non cedere sulla dignità delle proprie idee e, cosa forse ancora più difficile, sulla verità delle tue sensazioni.

  Il problema nel mondo nasce quando sei profondo. Hai di nuovo capito bene, quando sei profondo. Perché quando sei profondo – cioè quando non dimentichi, comunichi le tue emozioni, dici in faccia alle persone quello che pensi, stabilisci rapporti intensi, e così via – le persone si spaventano e si allontanano. Non è sempre detto che vada così, ma molto spesso purtroppo si, perché il mondo per andare avanti ha bisogno di non pensare e conservare dall’esperienza solo ciò che serve per produrre, non certo quello che serve per ricordare. Allora ti dici che dovresti essere più superficiale, fagocitare esperienze di ogni tipo, essere amico di tutti, non assumerti la responsabilità per quello che fai o sei nel rapporto con altre persone. Oppure, cosa forse ancora più pericolosa, potrebbe cominciare a sedurti la regola “meno faccio, meno sbaglio” o “meno dico o parlo, meglio è”. Insomma, ti si potrebbe presentare come valida alternativa di vita l’ipotesi di cadere in una sorta di medioevo dei sentimenti, dove ti spendi pochissimo, dove ti rinchiudi nel tuo castellino lontano dalle brutture del mondo. Il che ti tutelerebbe sicuramente dal fatto di trovarti in situazioni spiacevoli, ma renderebbe molto più triste la tua vita. Come avere a disposizione un pianoforte ma imporsi di suonare la stessa nota per sempre. Din Din Din…

  Il problema nel mondo nasce quando rispetti l’altro. Si, hai capito bene per la terza volta di seguito. Quando rispetti l’altro, questo deve diventare un valore importante in sé, a prescindere da come l’altro si comporta con te. Perché non è affatto detto che l’altro risponda al tuo rispetto con altrettanto rispetto. Anzi. Potrebbe darsi il caso che proprio per il fatto che tu sei una persona rispettosa, l’altro se ne approfitti e abusi in qualche modo della tua correttezza. L’immagine che mi viene in mente per spiegarti questo concetto è: te inviti a casa un amico e lo fai giocare ai tuoi giochi, gli prepari da mangiare cose buone; poi lui ti invita a casa sua e non ti offre niente e soprattutto scopri che non si è posto minimamente il problema. A farti male sarà proprio questo, mica il digiuno. Allora dovrai farti forza e continuare ad andare avanti, nonostante molte campane suonino diversamente dalla tua, a preparare cose buone per gli amici indipendentemente da quello che loro faranno con te. Continuare a credere in un valore che è importante per la tua identità di uomo e di persona nel mondo e non per quello che ti ritorna indietro. Il rispetto dovrà essere un investimento a fondo perduto, senza nessuna garanzia di reciprocità. Dovrai avere fiducia nel fatto che i tuoi comportamenti semineranno da qualche parte la speranza, anche se ti sembrano gocce di rugiada in un deserto.

Ecco caro figlio, io penso che se cominciassimo a ragionare di queste tre cose, magari mentre giochiamo alla play station, sarebbe davvero un bel momento. Ti abbraccio.

Babbo.

Il sonno dei ghiri produce dei sogni?

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Ogni quanto dormono le aquile? Con che umore si risveglia la pantera? Come esprime l’orso la tenerezza? Un’anatra come fa una carezza?

Come si chiama il verso di un gufo quando é arrabbiato? E l’ululare di un lupo che si sente cambiato? La risata di una gazzella mentre balla ad una festa? Il rumore dei pensieri di una falena alla finestra?

Un daino quanto tiene al mutuo rispetto? Una coccinella è ingenua se crede ad ogni detto? La libellula quanti dubbi si pone? Nel lettore del coccodrillo suona quale canzone?

Come si innamora nella savana una giraffa? Come impreca un procione che rompe una caraffa? Il mantello di una marmotta la protegge dai suoi tormenti? In cosa spera uno storione quando ha mal di denti?

Quale pianta assorbe il sangue dei safari? Il terrore dei leoni come volteggia se avesse le ali? Un tartufo mai scoperto passa indenne una guerra? Il complesso di un camaleonte trova rifugio sotto terra?

Un riccio si chiede se sapessi volare? Una chiocciola fantastica le onde del mare? La pioggia ricorda al gabbiano il gusto salato? Come piange una farfalla il compagno che se ne è andato?

A chi importa della fretta di una cavalletta? Chi cura una formica che non raggiunge la vetta?

Ma soprattutto. Il sonno dei ghiri produce dei sogni? Non sono solo domande, io li chiamo bisogni.

Ci sarà una volta

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Le storie iniziano sempre con c’era una volta. Questa invece inizia con il futuro, perchè è semplice creare un alone mitico con l’imperfetto.

Provaci col futuro, in Italia:

“Ci sarà una volta…”.

Ci sarà una volta che?  Ora mi chiedo cosa ci sarà, una volta, in Italia. Perchè me lo domandano i miei figli e me lo chiedo spesso io di notte, quando incoccio una nottata strana, in cui i sassi del sentiero sono più numerosi del solito ed è difficile arrivare al risveglio, perchè sei sempre stato, sveglio.

Ci sarà una volta che me, ci sarà una volta che te, ci sarà una volta che lui o lei. Non riesco a raccontare che questo, in un momento storico dove  le uniche garanzie ce le dobbiamo fornire noi sfornando pane, idee e fantasia, ogni sacrosanto giorno che passa.

Poi ci chiedono perché non ci rilassiamo mai, siamo sempre  frenetici e ne “facciamo mille”. Vi è mai capitato? Io ho imparato a non badare troppo a quelle domande. Quando capitano, provengono, con ogni probabilità, da un altro pianeta.


Quando racconto la storia che si chiama “ci sarà una volta”, racconto in giro che la crisi ci ha dato l’opportunità di esprimere i nostri talenti, che per numerose generazioni sono rimasti impaludati nelle sabbie mobili delle sicurezze.

Dico di sfruttare questa incredibile opportunità. E ne sono fermamente convinto e, sotto sotto, contento, perchè non sostituirei mai la precarietà che sta sotto alla creatività con il pericolo dell’inespressione nelle dimore sicure.

Ma che fatica. Di solito prende in questa parte dell’anno, che visivamente mi ricorda una camminata infinita in mezzo alla steppa.  Peraltro affascinante, non sia mai, a patto di trovare un’osteria dove bere un brodo caldo ed un giaciglio sufficientemente comodo per difendersi dalla tempesta.


Camminando nella steppa, penso a cosa ci sarà una volta che  i ragazzi di oggi cominceranno a sentire gli acciacchi. Ora il fisico carbura, ma poi? Cosa ci sarà una volta che l’entusiasmo si abbassa, il mal di ossa ci attacca ed un’influenza ci costringe a familiarizzare con concetti ignoti come malattia e convalescenza?

Nella steppa, insomma, non si trepida per un’elezione, per un referendum o per un voto politico. Queste cose ci interessano in modo periferico, perchè siamo di poche parole e ragioniamo di altro; molto più volentieri, ad esempio, di dove si nascondono in inverno i criceti russi, che si risvegliano solo a primavera.

Di solito si cammina e basta, e ci si guarda di straforo nel buco che rimane tra il pastrano, il cappello e lo sciarpone, con una sollevata di sopracciglia. Non è un saluto di circostanza, ma quello che si può tra le evidenze delle reciproche sopravvivenze.


Oggi è una giornata strana, in cui raccontare questa storia mi fa un pò più paura. I camminanti della steppa ci sono abituati. Sarà tutto questo vento, sarà la grandine che prendono, e quei piccoli contrattempi che quando capitano, capitano tutti insieme, in un imbuto stretto, a far vedere la vita ristretto, ciuffo d’erba dopo ciuffo d’erba.

Ci sarà una volta che passa. Perchè ai bambini dovrai pur raccontare la storia che la steppa finisce e si rivedrà il mare.

L’ordine delle cose

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In autunno voglio il fuoco che scoppia, in inverno la neve che cade, in estate il sole che scotta, in primavera un fiore che sboccia.

Nell’attesa voglio l’ansia di vivere, nella vicinanza qualcosa che manca, nella distanza la lontananza, nel resto quello che avanza.

Nell’antipasto il sapore più forte, nel primo ordinarlo due volte, il secondo incartocciarlo perfetto, il caffè berlo sempre corretto.

Diplomati per lavorare, laureati per fare ricerca, alambicchi per gli scienziati, le traiettorie di vita chiamarle fati.

La passeggiata per digerire, la corsa per alleggerire, le flessioni per sedare la colpa, che tanto le fai solo una volta.

I misteri per quel fatto di ieri, la certezza per una visuale più netta, la penombra perchè mi asseconda, tra il lusco ed il brusco del mare in un’onda.

Il giorno per pensare a cambiare, la notte per cambiare il pensare, perchè sono i fatti a fare i miei mondi, nelle strofe dei miei bisogni.

Sarebbe bello infatti cantare che i sogni trasformano il mondo, ma a casa mia, se non mi confondo, il tondo fa rima con tondo.

In ogni solitudine, c’è un verso di poesia e direzione

LUNANOTTE

 Sottofondo – “in un mi minore”

di Stefano Cencetti

Il titolo è il verso nella solitudine che ho scritto ieri, e che magicamente ha trovato nota (in “un mi minore”), la nota di un caro amico, Stefano Cencetti, che è musicista e direttore d’orchestra, e che fa musica seria, mica come la mia, che la notte se la porta via.

Il tocco del “mi minore” viene da Federica Totaro (direttamente dal suo angolo della Fede). E il pezzo di Stefano lo senti in sottofondo.

Al primo anno di psicologia, poco più che ventenni, con Stefano si parlava di come sarebbe stato bello battere i piedi per pomeriggi interi sui marciapiedi. Da quell’immagine, ci siamo incontrati quest’estate in una frettolosa cena nei dintorni di San Casciano, a qualche festa dell’unità, a raccontarci delle reciproche traiettorie di vita, semplicemente con il piacere addosso e la voglia di scriverci e suonarci sopra. Che a me, se togli le note e la penna, e magari la chitarra, non rimane poi molto.

Allora Stefano oggi mi ha fatto un regalo, che mi piace vederlo come un regalo di Natale ritardato. In quei due minuti di tempo che si è dato, il suo talento e la sua sensibilità hanno gettato giù questa melodia che è struggente e rappresenta proprio la mia musica, che lui sa e riconosce, perchè la sente dentro.

Improvvise fette di sole nel buio che movimenta. Una casa brumosa in Irlanda alla fine di una corsa, proprio quando il calore del corpo ha ammansito il freddo pungente. Poi mi sa di spiaggia in Spagna, si e no a tre quarti dell’estate, si e no a tre quarti del pezzo. Poi ritorno in Norvegia, a mezzo fiordo di distanza dall’età che avanza.

Grazie Stefano, sicuramente verso di poesia e direzione.

Si fa un disco.