Tutti gli articoli di giacomo grifoni

Le persone semplici

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Le persone semplici non giudicano. Pensano quando è necessario. Lavorano e si assumono la responsabilità. Si arrangiano come possono costruendo un caleidoscopio di possibilità.

Le persone semplici hanno un’innata tendenza al fare. Parlano solo quando è utile. Si muovono leggere nell’aria e si spaventano di fronte alle intemperie. Si accorgono del tempo che passa e quando si offendono te lo dicono.

Le persone semplici sono belle perché hanno il coraggio di sgranare gli occhi e commentare “che bello”. Quando devono esprimere un’opinione, dicono che è difficile per loro stare nella neutralità, perché sono abitate da conflitti e passioni.

Le persone semplici parlano come mangiano e sono capaci con battute, per l’appunto semplici, di dire una poesia, spiegare meccanismi complessi come l’ossigenazione del vino e come mai la Fiorentina sta giocando un campionato storto.

Le persone semplici sanno cosa è l’olio di gomito e usano in abbondanza olio extravergine durante la cottura di un soffritto. Non corrono in automobile ma si gasano quando la loro macchina va bene in ripresa. Non diventano boriose quando nascono i figli e fanno diventare proprio, in  versione moderata, il concetto di rivalità.

Le persone semplici hanno sudato. Sono normalmente avare e ogni tanto spendono per il loro piacere, che ritengono un sacrosanto diritto. Possono fare a meno di tutto ma non del rispetto reciproco e del dirsi le cose in faccia quando tengono all’altro.

Le persone semplici rinunciano quando un compito è impossibile. Si sforzano invece di riuscire, quando la forbice esistenziale tra come sono e come potrebbero diventare è ampia al punto giusto da generare in loro curiosità e entusiasmo. Hanno un gusto speciale per i valori artigianali della vita, il che non esclude l’evenienza di essere appassionati di tecnologia.

Le persone semplici non sono autoreferenziali. Se qualcuno cucina meglio, che so, la spigola alla brace o la parmigiana, glielo riconoscono. Hanno sofferto senza però aver trasformato la sofferenza in una retorica. Sanno amare e ricercarti quando hanno bisogno di aiuto. Scompaiono poi per settimane o per mesi, senza vincolarti in un ricatto affettivo.

Le persone semplici sopravvivono senza di noi ma ci vogliono bene lo stesso. Le senti vicine anche senza vederle, e questo genera la rassicurante convinzione, quando ti svegli di soprassalto di notte, di non essere rimasto da solo ad arrampicarti sulla vita.

Le ore passate in treno

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Le ore passate in treno non sono ore perse. Le ore passate in treno sono ore guadagnate. Costretti ad una parziale immobilità, ci facciamo trastullare da idee, immagini mentali e pensieri che hanno un’altra consistenza rispetto a quelli fatti con i piedi per terra.

Le ore passate in treno danno dinamismo al nostro corpo, che dopo una-due-tre ore si muove con passo più svelto e convinto, si ancora alla realtà con un piglio diverso, si sbriga e si affretta e non vede l’ora di fare, andare, tramare.

Le letture fatte in treno, e gli sguardi intercettati, ed i volti studiati, e le mosse di rispetto e di confronto, di scontro e di attesa, ci fanno recuperare la dimensione dell’umanità e della sorpresa.

Nel treno siamo tutti meno diversi ed i tic quotidiani, e le piccole manie, e le smanie di arrivare, ed i bisogni fisiologici impellenti ci uniscono in un abbraccio quasi fraterno.

Oggi ho dialogato con un prete, un adolescente arrabbiato ed una signora di Montevarchi, che era stufa dei ritardi sulla linea Foligno-Firenze, che lei doveva andare a lavorare.

Le ore passate in treno sono entusiasmanti e nella loro monotonia un pò simile, sono come lo spazio transizionale di Winnicott, o la reverie di Bion, o il preconscio Freudiano.

Le ore passate in treno mi ricordano i lunghi viaggi per la Calabria fatti da piccolo, la cuccetta che tanto non dormo, i panini comprati dal finestrino.

Roma di notte. E’ la capitale. Napoli alle tre: buio pesto. Il cambio a Lamezia Terme. L’alba e poi il mare. E gli infiniti paesucoli che mi separavano dal mio, appartenente ad un’altra onda, ad un altro spazio, ad un’altra era.

Stavo arrivando in Calabria, presto avrei fatto un bagno lucido e fresco, dove le pietre erano lisce e faceva subito fondo.

La natura è cultura

Distruzione del Leviatano - incisione del 1865 di Gustave Dorè fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Destruction_of_Leviathan.png
Distruzione del Leviatano – incisione del 1865 di Gustave Dorè
fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/

Io vorrei riavere a che fare con le persone, sentire il calore di un entusiasmo sociale, costruirlo insieme accanto alle nostre case, oltre che i binari per le tramvie.

Percepisco la depressione nell’aria, la terra sta diventando depressa. La depressione,  in molte aree, è un dato di fatto culturale: uno stile di vita acquisito, un’impotenza appresa di massa, un rodaggio dei motori individuali al minimo dei giri, il crollo di una speranza ed il rinchiudersi collettivo delle certezze in piccoli rituali quotidiani di cui ciascuno è fattore ed attore.

Sempre più diffidenti, abitati da un sottile vissuto paranoideo, scivoliamo via, appena ci intercettiamo, vivendo tra paletti reali e virtuali. Abbiamo paura ma ci ostiniamo a non parlarne, simulando una vita normale, ma con la coda dell’occhio vediamo che nessuno di noi è soddisfatto.

Ho la fortuna di incontrare centinaia di persone nel mio lavoro ma non posso fare a meno di constatare che per i più, il lavoro, quando c’è, è spesso estraniante. Se va bene, siamo nell’epoca del fordismo della mancanza di senso. Se va male, capitiamo in universi abitati da procedure disumanizzanti dove si autoalimentano odio, potere e rivalità.

Ad incorniciare questi strani giorni, i codicilli. Le password. I link. Le app. Le overview. Le slides. I blog. Compreso questo. Poi altre parole dell’ultima generazione dei cellulari, ci saranno, non so. Io ho ancora un s3.

In un bel prato, sotto il sole cocente o la pioggia battente, le differenze si assottigliano e la simulazione del falso benessere anche. Credo che sia per questo motivo che la gente si “risente” durante qualche evento infausto: perchè fa, opera, suda, sgomita, impreca,  lavora.

Quando la depressione è culturale, c’è poco da fare clinica e molto da fare cultura, impegnarsi in schizzi e progetti, gettare il cuore oltre l’ostacolo e ritrovarsi, oltre le ermeneutiche personali. Le ermeneutiche del lamento, del privilegio, dell’attacco e della difesa.

La cultura si fa da piccole cose: come si parla, ci si veste, ci si muove, si guarda una partita, si mangia, si impegna il tempo libero.  Come ci si stupisce dei 30 gradi a fine ottobre o si accolgono amici a cena la prima volta. Come si applica la non violenza sapendosi osservare in ogni gesto umano prima che professionale o tecnico. O riconoscendo uno scivolamento personale verso un agito che ti prende la mano e che sarebbe potuto andare anche oltre.

Mai come oggi, almeno per me, la cultura è la vita e sta nel flusso delle cose semplici. E’ fuori dai libri, verso i quali non sento più l’attrazione che mi riempiva un tempo.  Sono ammaliato da quello che mi insegna lo sguardo pieno di un cane, o lo scodinzolio ostinato di un pesce, o il freddo persistente che provo quando l’autunno si riaffaccia a riannodare il ritmo delle stagioni perse.

A dispetto del detto, siamo infatti invasi dalle mezze stagioni.

Accademia di Psicoterapia della famiglia di Roma: workshop con Giacomo Grifoni e Alessandra Pauncz

LAVORARE CON LA VIOLENZA: VERSO NUOVI MODELLI DI INTERVENTO

E’ emozionante, come terapeuta familiare, entrare all’Accademia di Roma come docente. Questo workshop, dove ci occuperemo di definire caratteristiche e specificità del lavoro con vittime ed autori di comportamenti violenti, ha per me numerosi significati simbolici ed affettivi. Ne sono particolarmente orgoglioso ed entusiasta.

Di seguito la brochure dell’evento.

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Capita di non avere niente da scrivere

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Capita di non avere niente da scrivere. L’ansia che prende è docile e fitta, come nebbia su un colle di sera, buon tempo comunque si spera.

Certi eventi sono incommentabili: non esiste simbolo che li possa racchiudere, solo il coraggio e la pazienza di diluirli con dell’acqua gassata, come il vino forte dei contadini.

La gente ti sorpassa in velocità.  La mente gira lenta e non registra altro che attese. Il freno a mano è tirato, l’istinto velato.

Questo è un momento meraviglioso, perché si trema come le foglie d’estate d’agosto, già nate o già morte, non conosco la climatologia.

Sai quando fai stancamente una brace. Giusto per il gusto dell’altro di mangiare croccante. O quando bevi una birra gelata, solo per il gusto che sarebbe stata.

Volumi di aria ingurgitati a perdere, campanelli in lontananza di mucche, le vorresti andare a vedere, ma sono lontano e saranno solo ricordo di un protopensiero.

L’esperienza ha i suoi ritmi e le sue nostalgie. La terapia giusta in questi casi è accoglierla.

Diventare beoti di se stessi rende immensamente felici.  Non si deve sempre rielaborare, semplicemente andare, guidati da un’onda che porta piano ma lontano, o velocemente vicino, che poi è lo stesso.

Cambiare l’Italia con un cucciolo di cinghiale

Da stamani cambiare l’Italia è diventato possibile. Cambiare l’ignoranza si può. Mio figlio, in un’intervista a La sette, di fronte alla domanda ‘Cosa chiederesti al Presidente del Consiglio’ ha risposto: un cucciolo di cinghiale.

Mio figlio lo vuole cucciolo: già forte ma ancora da allattare. Un piccolo maialotto selvatico come quelli visti numerosi in Corsica quest’estate, che ha insistito perchè prendessi.

D’altronde abbiamo adottato cani, gatti, piccioni, rondoni, criceti. Perchè no. Un animale è un animale.

Gabriele lo vorrebbe portare a spasso, in un mondo forse un pò strano, dove al guinzaglio giri con un mangiaghiande.  Dovrei allora spiegargli che i mangaghiande stanno bene in natura. E che certe regole vanno rispettate.

Lui risponde: ma tante cose sono strane in questo mondo. Tante regole non sono rispettate. E allora dovremmo parlare delle guerre, delle  ingiustizie e della violenza. Della disoccupazione, del menefreghismo e dell’isolamento sociale.

Insomma, parlare del desiderio di crescere un cucciolo di cinghiale in un appartamento apre la mente, ma purtroppo non credo che lo faremo. Resta però la consolazione di spiegare a Gabriele che non è possibile crescere in un appartamento un cinghiale.

E il fatto che di questo sono convinti un po’ tutti – genitori, animalisti, intervistatori, politici, etc.  – mi fa sentire un uomo che fa parte di una collettività e cittadino di un’Italia migliore.

Il mare sarebbe stato tutto per noi

infinito

Ho preso un aperitivo con Davide, mio figlio, anni otto. Lui ha preso una cedrata ed io un’acqua tonica. Eravamo vicino  al mare e mi sono sentito orgoglioso di tirare fuori 2.50 euro.

L’abbiamo sorseggiato lentamente, come vecchi amici al bar. Lui mi ha spiegato perchè ama quel gusto dolce amaro del cedro, ed io perchè da un pò di tempo amo il gusto secco e frizzante dell’acqua tonica.

Quella conversazione mi faceva sentire completo ed appagato, e ci siamo concessi un pò di tempo per succhiare con la cannuccia il residuo di due gusti diversi.

Poi ci siamo abbracciati, ed io gli ho raccontato che da piccolo prendevo la spuma bionda. Mi ha guardato con aria saccente, facendomi sentire un pò vecchio, perchè la bionda non c’è più da tutte le parti.

Abbiamo poi parlato di fiorentina, del suo avvio di campionato stentato e dell’imminente inizio della scuola. Quel punto valeva la pena di approfondirlo e Davide mi ha detto di essere contento di rivedere i suoi amici.

Era bello per me starci, in quel momento di incontro tra piccoli uomini. Gli ho chiesto se aveva voglia di altro e lui mi ha risposto sono a posto.

Allora mano nella mano abbiamo ripreso a camminare, perchè la cena nel frattempo era pronta.

Abbiamo guardato un pò ironici dei pescatori senza pesci in saccoccia, dicendoci, in silenzio, che se avessimo deciso di metterci a pescare insieme, il mare quella sera sarebbe stato tutto per noi.

L’essenziale è visibile agli occhi

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Oggi in una giornata da mare a metà ho riletto un pò di Principe. Mi interrogo sulla formula ‘l’essenziale è invisibile agli occhi’ la cui intensità poetica e letteraria non discuto.

Piuttosto, vorrei sottolineare le conseguenze che ‘agli occhi’ dei più quella frase sottende, e che ci hanno portato a supporre che ovunque ci sia un significato nascosto da esplorare e far emergere. O che l’alchimia della felicità si nasconda in qualche segreto elisir. O che i nostri comportamenti siano sempre e comunque guidati da una tensione inconscia da interpretare.

Ma cosa è essenziale, al giorno d’oggi? Guardo un mare in tempesta o dei bambini che crescono. Mi perdo nel volo metodico e coordinato di un gabbiano. Scrivo un articolo che secondo me funziona. Mangio un buon piatto fatto di cibi genuini. Prendo un caffè con un amico e mi sento meno solo. Leggo un bel libro che mi apre una prospettiva. Condivido con la mia compagna tutto ciò che può esserlo in una relazione. Alimento un hobby nel tempo perso di cui conosco solo io il meccanismo. Immagino un lavoro sicuro e ben retribuito dove mi sento realizzato ed attivo.

Allora, io penso che l’essenziale sia ben visibile agli occhi eccome. Una vita piena e soddisfacente che restituisce dignità a chi la vive è fatta di cose molto ben visibili e per niente nascoste nei bassifondi dei significati da far emergere.

Penso inoltre che che l’infelicità di molti sia più facilmente comprensibile se scendiamo tutti sulla terra dalla luna, guardiamo come la terra è fatta e non quanto è distante da come dovrebbe essere.