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Approfondimenti tematici e spunti clinici

Qualche parola sul mio secondo romanzo I Signori del Silenzio

 

I Signori del Silenzio in uscita.

Per certi aspetti, rispetto al primo romanzo che ho scritto, I Signori del Silenzio va avanti e indietro, come l’altalena della memoria di Martino, il protagonista di sedici anni. La casa dalle nuvole dentro raccontava il percorso tortuoso di un uomo alla ricerca di sé oltre il destino della violenza. I Signori del Silenzio, per così dire, affronta in una dimensione più corale le premesse e le conseguenze di ciò che sta dietro a un turbamento  che ha a che fare con qualcosa di indicibile e irrappresentabile. Se La casa dalle nuvole dentro parlava di un uomo alla deriva, I Signori del Silenzio è più cosmico. Forse apocalittico, come il metaromanzo che si mette a scrivere Martino nel campo vicino casa insieme a Ivo, il suo amico talpa.

Parla di famiglie allo sbando. Di un mondo in crisi, alienato e alienante. Di piccole crepe di felicità su cui frana il caos dei ruoli genitoriali. Parla delle sacche familiari e sociali in cui ci sentiamo avvolti con rassegnazione. Della crisi, di cui quella economica è solo il paravento, che si percepisce ad ogni angolo di strada. Sull’uscio dei bar. In treno. All’uscita di scuola.

Parla dell’amore dei genitori di Martino che diventa evaporato, come una tisana non bevuta, lasciata in tazza nel week end. O di Vanessa, la nuova compagna di Piero, che tutte le mattine, puff, se ne va.

C’è un nodo scuro che non ho abbandonato mai nella costruzione della ragnatela. I Signori del Silenzio è un racconto  a più voci su come la violenza, anche il solo assistervi, possa paralizzare i percorsi di crescita delle persone. Apre la questione di come il trauma, nel far sentire il suo potere devastante a distanza di anni, conviva spesso accanto alla subcultura della mistificazione e dell’imbroglio.

Fino a che non esplode la voglia di vivere. La fiducia nella vita, nella forma di un incontro casuale, che srotola di nuovo il desiderio.

Ma tutto questo ha un costo. Ha un costo arrivare a Eram, il paese magico a cui aspira Martino. E in un mondo pieno di imbonitori e biglietti a prezzo scontato verso la felicità, srotolare il desiderio costa ancora di più. Bisogna prima rovesciare il destino. Riannodare i fili. Mettere insieme i cocci della sofferenza.

I Signori del Silenzio parla così di come la strategia del silenzio possa corrodere a poco a poco il diritto ad una normalità. Il recupero della memoria. La ricerca di una comunità in cui circoli la verità. E parla, forse, anche di una flebile speranza, che fino a prova contraria rimane ancora depositata nella dimensione più vera di ciò che chiamiamo amore.

Spesso mi viene chiesto perché scrivo narrativa.

Qui ho le idee più confuse. Direi che continuo a scrivere narrativa con fatica e passione perché amo raccontare. Può darsi che abbia a che vedere con il fatto che nel mio lavoro ascolto decine di storie e scrivendo trasformo. Elaboro. Sublimo.

Probabile.

Ma credo ci sia un movente dietro a questa passione che va aldilà della questione personale circa il rapporto con il piacere e dell’opportunità professionale della rielaborazione.

Forse è il bisogno di cercare un contatto sociale e culturale diverso. L’ansia di ritrovarsi intorno a un fuoco, come facevano in passato, a tramandarsi i racconti del villaggio. Fatti veri o romanzati poco importa, perché veicolavano tensioni, ambizioni, paure. Per questo amo la campagna, oltre che il mare. La campagna mi dà l’idea che raccontare storie potrebbe di nuovo essere possibile. La campagna è fatta di riti e di un flusso che manca in città.

Ecco. Per questo scelgo di scrivere romanzi.

Sono come accendere un fuoco.

Per info contattatemi pure a grifonigiacomo@gmail.com
Ordinazioni tramite mail alla casa editrice: lillitbook@gmail.com
Disponibile in rete su Ibs, Feltrinelli e Amazon.

Presto in libreria.

Link utili:
Buona lettura.
E come dice Riccardo a Piero, il padre di Martino… in the deep. 

Si comincia dalle piccole cose

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Oggi c’è una nebbiolina sottile. Un silenzio fitto. Sono a passeggio col mio cane, Firenze mi sembra spettrale. Non so se io da dentro ci metto qualcosa di mio, la fuori. O se da fuori, qualcosa di spettrale è entrato dentro di me dopo venerdi. Mi viene in mente il giorno dopo i bombardamenti nei racconti di mio nonno. Era tutto rallentato. Era tutto molto finto. Era come in un cartone animato dell’orrore. Lui non lo poteva sapere, che si chiamava disturbo post traumatico, e se tornassi piccolo glielo vorrei spiegare. Soprattutto, se lui fosse ancora vivo. Sono certo che mi risponderebbe bravo, dandomi un bacio e mille lire.

Eppure di domenica le persone viaggiano. Di domenica le persone pranzano. Di domenica le persone parlano. E nel fine settimana si vogliono divertire. Magari al ristorante o in discoteca. Io non so bene come fare. Al mio bisogno di riposo, oggi si mischiano il nervosismo e l’impotenza. Quando succedono fatti come Parigi, mi dico che è normale sentirsi cosi. Sono contento di sentirmi cosi. Mi preoccuperei, se non mi sentissi cosi. Spero che tutti noi, ci sentiamo così.

È diventato difficile trovare una coordinata emotiva. Alternative all’odio ed al rancore. Cercare un significato locale ed universale. Ero a cena venerdi con mio fratello e mio cugino, una bella cena dopo tanti anni. Mangiavamo cibi emiliani. Al dolce ho detto: sparano a Parigi, che controllo sempre questo maledetto cellulare. Poi c’è stato il tam tam delle notizie. Una notte indigesta. La voglia di parlarne con tutti. Di alzare il telefono e chiederti come stai. Sentire accanto ogni persona cara.

Non posso e non voglio chiudere la mia famiglia in un cassetto. Ma da domani ciascuno ricomincia da sè, con qualche legame di senso in meno ed un po’ di paura in più. Il mondo in cui siamo capitati, si diverte a farci convivere con la paura. Vari tipi di paure. Un intero catalogo di paure. Ormai ne siamo assuefatti. Dopo lo spavento, per la paura, c’è l’assefuazione. Anche questo fa parte della sindrome. Ed è un passaggio molto pericoloso, perchè non percepisci più il pericolo, quando ti assuefai alla paura di vivere.

Ad esempio paura che, come mi diceva mio nonno, l’impegno personale non basti. Proprio come forse pensava lui, il giorno dopo i bombardamenti. Quando sei in guerra con la paura del licenziamento, della catastrofe naturale, della spending review, del default o di un attacco terroristico, la realtà è più potente dell’impegno, perchè ha il potere di decidere cosa farsene di te.

Ti verrebbe da dire: allora io non mi impegno più.  Rientro a casa con Lola. Ha fame. Mi guarda e scodinzola. Lola è contenta. Lola corre. Lola l’ho portata fuori. Mi dico che passerà, perché  non ha senso vivere senza impegnarsi a farlo. Le verso un po’ di crocchette nella ciotola. Si comincia dalle piccole cose. Anche questo me lo ha insegnato mio nonno.

13 novembre 2015

Non esiste più un posto sicuro. Anche il concerto rock del tuo amico è un obiettivo sensibile. I tuoi figli lunedi andranno a scuola. Io salirò in treno. Dovrò salire in treno. Vorrò salire in treno. Dove e come vivo mi impone di farlo. Ricomincerò a pensare ai miei interessi. Le diseguaglianze si tagliano a fette. Perciò siamo tutti responsabili. Col nostro egoismo e la nostra indifferenza sociale, lo siamo. Si chiama disagio della civiltà. E Freud aveva molto ragione. TU ci sei pienamente dentro. Tutto questo mi rende triste, e rende questo mondo brutto. Più brutto di quanto lo era prima.

Se non partiamo del presupposto che tutti dobbiamo cambiare le nostre vite, il nostro modo di vedere le cose, amare, fare cultura, educare i nostri figli, insegnare calcio, dare ordini, divertirsi tra amici, esprimere il dissenso, incanalare le pulsioni, usare il potere, andiamo da poche parti ed in modo schizoide continueremo a pensare ad un aggressore esterno ed a questioni economiche, filosofiche e religiose troppo distanti da noi ed impossibili da trasformare. Gli esercizi di distanza servono a non sentirsi chiamati in causa. Io penso che alla parola paralizzante ‘colpa’ dovremmo sostituire quella di responsabilità e chiederci tutti da lunedì mattina, non solo quando facciamo i cortei o accendiamo le candele, quanto delle nostre azioni sia orientato al rispetto dell’altro e delle differenze o fondato sulla nostra ignoranza ed il nostro egotismo.

Guarda che il cambiamento è a portata di mano molto più di quello che pensi e spostarlo nelle mani dei grandi non ti consentirà mai di crescere.

Panico e violenza

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Continuiamo a simulare un’esistenza normale. La simulazione è diventata il nostro meccanismo di difesa preferito, una specie di velo magico che applichiamo alle cose che non vogliamo vedere.

Crediamo che il lupo cattivo sceso dalle montagne a divorare la pecora sia stato uno sbaglio o un’aberrazione della natura, e che non succederà mai più, perchè i lupi cattivi appartengono sempre all’altro e se ne stiano tra di loro a divorarsi tutte le pecore che vogliono nel bosco.

Dovremmo invece cominciare a chiederci noi adulti quello che i ragazzi non sanno chiedere se non con il panico e la violenza. Il panico e la violenza dilagano e rivelano la mancanza di codici di senso in società adulte sonnacchiose e rassegnate, ancora rattrappite sulle toppe del benessere del dopo guerra e di una vita come se. Incapaci di una visione proattiva, di incanalare la pulsione e di fare cultura, di aprire al terzo e al diverso. I ragazzi tutto questo lo sentono e lo agiscono.

Certi modi di vivere sono estranianti perchè non osano contenere il naturale bisogno di slittare dell’adolescente. Le nostre città sono come un dedalo di binari precostituiti dal narcisismo delle comunità adulte e dal pudicissimo senso post-borghese della morale in cui pretendiamo si muovano i ragazzi con ordine, rispetto e riconoscenza; valori di vita che, per legge di natura, magari dovremmo insegnare noi a loro e non pretendere per nostro comfort esistenziale.

Il panico denuncia il senso di soffocamento, l’amore morboso e irrisolto, la patologia di altri che, evacuata in me, vive egoaliena, rendendo difficile fare i compiti in classe e seguire le lezioni, confrontarsi tra amici e farsi una vita. Il panico diventa i tagli sulla pelle, la fuga da casa e l’indicibile.

Il panico parla di tradizioni culturali asfittiche, di tabù irrisolti nella penombra di esistenze familiari moderate dalla vergogna e dall’ossequio del non si deve, non si può, non esiste, non si fa, facciamo come se la vita fosse bella a prescindere, senza sessualità e senza aggressività.

La violenza sopravanza invece la dimensione della protesta e diventa attacco ai legami di pensiero, ai legami tra le cose, alla richiesta di ogni oggetto, alla voglia di amore. Diventa parodia macabra della passione, come decibel sparati addosso, fiumi di inchiostro su pagine che ogni giorno si rilavano e restano bianche, nella beata indifferenza del mondo adulto, capace solo di rimproverare in modo cerbero o di predicare in modo eucaristico.

La violenza è tutto quello che i miei genitori, ed i miei nonni, ed i miei avi, ed i loro amici, ed i loro parenti, e gli amici dei loro parenti, ed i loro conoscenti, e tutti quelli al loro fianco, non hanno potuto o voluto dire, fare, baciare, lettera o testamento. La violenza è chiedere un conto nel modo sbagliato, è pretendere un riconoscimento mai stato aggredendo, è un atto pericoloso che da protesta legittima si trasforma in liquido corrosivo nel paniere già bacato della nostra società.

Eppure basta poco coi ragazzi, solo instradare, solo degnare di attenzione, solo manifestare comprensione, solo dare l’esempio che si può cambiare direzione dello sguardo e dell’inclinazione della testa, quando ci parlano, se si è ancora in tempo.

Sveglia.

Supervisio-amiamoci

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RIflettevo su quello che sta succedendo in molte piazze italiane: virtuali, reali, professionali, amicali.

I gruppi sono frammentati, e invasi da legami – K, direbbe Bion: scivolano cotidie nella prepsicosi, nella posizione schizoparanoidea, nell’ansia persecutoria del carnefice, nell’attesa inconsistente dei messia, nell’idealizzazione massiccia di feticci: ogni dato concreto che diventi sembiante di una pulsione inconscia indigerita e non pensata.

Il pensiero è minato da una miriade di oggetti bizzarri, agiti imperanti, lotte col coltello tra i denti. Mi sembra che siamo tutti un pò pirati senza tesori da cercare o mappe da scovare per andare a cercare tesori.

I legami sono lassi e ci si rivoltano contro: un giorno mi sei amico, un istante dopo sparli, poi mi ritorni amico ed io sono confuso, perchè confido nella presenza di concetti come memoria o coscienza, mentre tu mi racconti il contrario con lo svolazzio frivolo della tua esperienza.

Il tempo è diventato un “solopresente“, struttura olofrastica e quindi psicotica: non vengo mosso da un valore o da un’ideale in cui infuturarmi, non vengo mosso dalla memoria di un errore passato, non vengo mosso dall’ansia di un giudizio imminente ma dal polpettone intrapsichico che è fatto da: la riduzione dal danno, la salvaguardia personale, il solletichio immaginario del mio io, l’abbuffata di pulsioni, l’annullamento del margine di rischio, il bisogno di corporativismo “come se”,  l’angoscia di un “noi” maniacale contro un “voi” bastardo, e cosi via.

Potremmo supervisionarci a vicenda con amore, attenzione, rispetto, integrazione nelle differenze e passione. Creare una rete pensante ed amante dove fondare un progetto virtuoso: questo potrebbe partire dal basso, dal confronto sulle nostre reciproche innocenze, carenze, mancanze e paure.

L’amore creerebbe allora legami stabili e non perturbabili dalle intemperie emotive. L’amore creerebbe nuovi contenitori di senso sulle ceneri delle nostre reciproche crisi: valoriali, economiche, familiari, professionali ed esistenziali.

Dovremmo far capire che è dalle relazioni di amore – dove per amore intendo il concetto più ampio di condivisione di passioni non distruttive –  che nasce l’economia di buoni gruppi, che si rispetterebbero in una versione armonica del conflitto, dove sarebbe bello parlare di quello che secondo te io credo mentre io parlo di quello in cui secondo me tu credi.

Non è l’economia che crea amore: piuttosto, penso che sia l’amore a creare economia.

Dovremmo denunciare la mancanza di amore che pervade la nostra vita: eppure non lo facciamo; o meglio, facciamo capolino – come un bambino in punta di piedi –  ma è come se ci vergognassimo nel pretendere di fondare una società sull’amore.

Penso che una delle cose di cui ci vergogniamo in assoluto sia il nostro bisogno di amore nella versione pubblica di noi stessi. Ci rintaniamo nelle nostre case, ad autogenerare un affetto condiviso con i nostri cari, ma che manca di connessioni con gli affetti degli altri. A volte questo accade, ma sono come gocce estemporanee di rugiada.

Il nostro io pubblico diventa così il mondo del cervello sinistro: dell’efficienza, della strategia, della performance svincolata dall’eros. Scisso dal primo, il nostro io privato abbonda invece di eros senza sfondo, senza scheletro, avvitandosi su se stesso.

Il cervello tagliato a fette abbonda nei tempi di magra: a volte perdo la speranza che sia possibile supervisio-amarci.

L’istante eterno dello sguardo

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Quando non vedevo a gettito continuo, mi emozionavo di più: sentivo il valore delle cose, della loro giustezza o del loro sbaglio. Nell’epoca del non visibile, il pericolo era l’eccesso dell’indicibile e del soliloquio interiore.

Oggi che invece vediamo tutto e di tutto, il pericolo è l’anestesia, che deriva dall’eccesso di oscenità a cui assistiamo. Nell’epoca dei click, l’istante dello sguardo batte il tempo per comprendere e il momento di concludere. Se li mangia proprio.  È una rivoluzione dei tre tempi logici di cui parlava Lacan.

Le verità sono diventate istantanee e immediatamente solubili con le cose. Non serve loro il tempo per comprenderle per essere comprese. Né la decisione di concluderle per essere concluse.

Sono flash immanenti, noumeni, piccoli dei che impongono regimi autoritari nel regno di ciascuna retina. Fiammelle onnipresenti nel cimitero delle cose pensate.

I dati sensoriali bombardano il nostro esserci: l’esperienza che facciamo delle cose si riduce spesso ad un equilibrismo sospeso degli stimoli – dire, fare, baciare, lettera e testamento – sul nervo ottico, senza che ci sia accesso alla materia grigia.

Il nervo ottico scrive dunque il diario del mondo attraverso pure scariche elettriche senza sfondo. Questa è la nostra stanchezza. Il rischio dei microtraumi ripetuti è l’anestesia affettiva: non ci scandalizziamo e non facciamo più della nostra indignazione un valore di vita.

Nella parata dei flash traumatici, diciamo: ancora una volta, fino a quando, un giorno, qualcuno o qualcosa non sia in grado di risvegliare in noi la consapevolezza che è arrivato il tempo per comprendere il momento di concludere.

Cambiando si impara: idee per una teoria ed una pratica della non violenza

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«La verità e la non-violenza sono antiche come le colline»

 M.K. Gandhi

 Teoria e pratica della non-violenza  Einaudi, 2006


Nel mio intervento di ieri alla giornata di studi “Vincere la violenza alla donna” organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Firenze ho cercato di coinvolgere tutte e tutti in un messaggio culturale.

L’assunto di base da cui parte ogni forma di azione e contrasto della violenza, a favore di chi la agisce e subisce, è aumentare i gradi di libertá del soggetto attivo o passivo rispetto alla possibilità di scegliere.

Se psicologizziamo la violenza, utilizziamo categorie di potere. Se psichiatrizziamo, anche. Se nosologizziamo, peggio che mai. Il concetto di scelta apre le porte a quello che più ci interessa, e che è il cambiamento culturale, che dovrebbe iniziare nelle piazze, nelle palestre, nei bar di provincia, nei campetti da calcio.

Si può scegliere che cultura essere, nell’appartenenza e nella differenziazione. E se proprio si fosse “ammalati” di violenza, si può sempre scegliere di curarsi o meno.

Trasatti spiega in modo esemplare in  Educazione e non violenza, come occorra decostruire gli stereotipi che stanno intorno alla non violenza, oltre che quelli che ruotano intorno alla parola violenza.

Non violenza non è passività, ma è assertività e coraggio di far valere le proprie idee in modo rispettoso.

Non violenza non è spiritualismo ma impegno strategico, sinergico ed efficace.

Non violenza non è “noi-voi” ma “noi e voi” oltre le dicotomie che semplificano e scindono il mondo.

Non violenza significa dire no ad un problema che è strutturale e sussume la violenza di genere.

A mio modo di vedere la violenza è, nella maggioranza dei casi, la deriva di un modo di essere culturale. E lo dice l’ Oms,  che all’interno del modello olistico ed ecologico della complessità, sottolinea le determinanti culturali della violenza.

Nell’epoca delle “passioni tristi”, come dicono Benasayag e Schmit, dovremmo nutrire il futuro soprattutto di una nuova speranza culturale che faccia della non violenza pratica, teoria e strategia.

Idee:

1) revisione degli stereotipi dell’esser maschio e l’esser femmina a partire da sè;

2) impegno nel cambiamento sociale in ogni contesto possibile: intimo, amicale, informale, professionale;

3) adesione ad un’ottica non giustificazionista della violenza ma aperta alla speranza non mistica;

4) adesione ad un’ottica pluricausale della complessitá della violenza che non ne snaturi la trama culturale che la compenetra e sottende;

5) scrivere e generare idee incontrando gente comune;

6) trovare sintesi, comunanze e differenze tra modelli teorici diversi, riconoscendo quanto le categorie di potere abbiano avviluppato le nostre forme di sapere;

Le persone semplici

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Le persone semplici non giudicano. Pensano quando è necessario. Lavorano e si assumono la responsabilità. Si arrangiano come possono costruendo un caleidoscopio di possibilità.

Le persone semplici hanno un’innata tendenza al fare. Parlano solo quando è utile. Si muovono leggere nell’aria e si spaventano di fronte alle intemperie. Si accorgono del tempo che passa e quando si offendono te lo dicono.

Le persone semplici sono belle perché hanno il coraggio di sgranare gli occhi e commentare “che bello”, con pura naturalezza. Chiamate ad esprimere un’opinione, dicono che è difficile per loro stare nella neutralità, perché sono abitate da conflitti e passioni.

Le persone semplici parlano come mangiano e sono capaci con battute, per l’appunto semplici, di dire una poesia, spiegare meccanismi complessi come l’ossigenazione del vino e come mai la Fiorentina sta giocando un campionato storto.

Le persone semplici sanno cosa è l’olio di gomito e usano in abbondanza olio extravergine di oliva durante la cottura di un soffritto. Non corrono in automobile ma si gasano quando la loro macchina va bene in ripresa. Non diventano boriose quando nascono i figli e fanno proprio, in una versione moderata, il concetto di rivalità.

Le persone semplici hanno dovuto sudare. Sono normalmente avare e ogni tanto spendono per il loro piacere, che ritengono un sacrosanto diritto. Possono fare a meno di tutto ma non del rispetto e del dirsi le cose in faccia.

Le persone semplici rinunciano quando un compito è per loro impossibile. Si sforzano invece di riuscire, quando la forbice esistenziale tra come sono e come potrebbero essere è ampia al punto giusto da generare in loro curiosità e entusiasmo. Hanno un gusto speciale per i valori artigianali della vita, che non esclude l’evenienza di essere appassionati di tecnologia.

Le persone semplici non sono autoreferenziali. Se qualcuno cucina meglio la spigola alla brace, glielo riconoscono. Hanno sofferto senza però aver trasformato la sofferenza in una retorica di vita. Sanno amare e ricercarci quando hanno bisogno di aiuto. Scompaiono per settimane o per mesi senza vincolarci in un ricatto affettivo.

Le persone semplici sopravvivono senza di noi. Se non ci pensano, ci vogliono bene lo stesso. Le senti anche senza vederle, e questo genera la rassicurante emozione di non essere da soli ad arrampicarsi sulla vita.

La natura è cultura

Distruzione del Leviatano - incisione del 1865 di Gustave Dorè fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Destruction_of_Leviathan.png
Distruzione del Leviatano – incisione del 1865 di Gustave Dorè
fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/

Io vorrei riavere a che fare con le persone, sentire il calore di un entusiasmo sociale, costruirlo insieme accanto alle nostre case, oltre che i binari per le tramvie.

Percepisco la depressione nell’aria, la terra sta diventando depressa. La depressione,  in molte aree, è un dato di fatto culturale: uno stile di vita acquisito, un’impotenza appresa di massa, un rodaggio dei motori individuali al minimo dei giri, il crollo di una speranza ed il rinchiudersi collettivo delle certezze in piccoli rituali quotidiani di cui ciascuno è fattore ed attore.

Sempre più diffidenti, abitati da un sottile vissuto paranoideo, scivoliamo via, appena ci intercettiamo, vivendo tra paletti reali e virtuali. Abbiamo paura ma ci ostiniamo a non parlarne, simulando una vita normale, ma con la coda dell’occhio vediamo che nessuno di noi è soddisfatto.

Ho la fortuna di incontrare centinaia di persone nel mio lavoro ma non posso fare a meno di constatare che per i più, il lavoro, quando c’è, è spesso estraniante. Se va bene, siamo nell’epoca del fordismo della mancanza di senso. Se va male, capitiamo in universi abitati da procedure disumanizzanti dove si autoalimentano odio, potere e rivalità.

Ad incorniciare questi strani giorni, i codicilli. Le password. I link. Le app. Le overview. Le slides. I blog. Compreso questo. Poi altre parole dell’ultima generazione dei cellulari, ci saranno, non so. Io ho ancora un s3.

In un bel prato, sotto il sole cocente o la pioggia battente, le differenze si assottigliano e la simulazione del falso benessere anche. Credo che sia per questo motivo che la gente si “risente” durante qualche evento infausto: perchè fa, opera, suda, sgomita, impreca,  lavora.

Quando la depressione è culturale, c’è poco da fare clinica e molto da fare cultura, impegnarsi in schizzi e progetti, gettare il cuore oltre l’ostacolo e ritrovarsi, oltre le ermeneutiche personali. Le ermeneutiche del lamento, del privilegio, dell’attacco e della difesa.

La cultura si fa da piccole cose: come si parla, ci si veste, ci si muove, si guarda una partita, si mangia, si impegna il tempo libero.  Come ci si stupisce dei 30 gradi a fine ottobre o si accolgono amici a cena la prima volta. Come si applica la non violenza sapendosi osservare in ogni gesto umano prima che professionale o tecnico. O riconoscendo uno scivolamento personale verso un agito che ti prende la mano e che sarebbe potuto andare anche oltre.

Mai come oggi, almeno per me, la cultura è la vita e sta nel flusso delle cose semplici. E’ fuori dai libri, verso i quali non sento più l’attrazione che mi riempiva un tempo.  Sono ammaliato da quello che mi insegna lo sguardo pieno di un cane, o lo scodinzolio ostinato di un pesce, o il freddo persistente che provo quando l’autunno si riaffaccia a riannodare il ritmo delle stagioni perse.

A dispetto del detto, siamo infatti invasi dalle mezze stagioni.

L’essenziale è visibile agli occhi

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Oggi in una giornata da mare a metà ho riletto un pò di Principe. Mi interrogo sulla formula ‘l’essenziale è invisibile agli occhi’ la cui intensità poetica e letteraria non discuto.

Piuttosto, vorrei sottolineare le conseguenze che ‘agli occhi’ dei più quella frase sottende, e che ci hanno portato a supporre che ovunque ci sia un significato nascosto da esplorare e far emergere. O che l’alchimia della felicità si nasconda in qualche segreto elisir. O che i nostri comportamenti siano sempre e comunque guidati da una tensione inconscia da interpretare.

Ma cosa è essenziale, al giorno d’oggi? Guardo un mare in tempesta o dei bambini che crescono. Mi perdo nel volo metodico e coordinato di un gabbiano. Scrivo un articolo che secondo me funziona. Mangio un buon piatto fatto di cibi genuini. Prendo un caffè con un amico e mi sento meno solo. Leggo un bel libro che mi apre una prospettiva. Condivido con la mia compagna tutto ciò che può esserlo in una relazione. Alimento un hobby nel tempo perso di cui conosco solo io il meccanismo. Immagino un lavoro sicuro e ben retribuito dove mi sento realizzato ed attivo.

Allora, io penso che l’essenziale sia ben visibile agli occhi eccome. Una vita piena e soddisfacente che restituisce dignità a chi la vive è fatta di cose molto ben visibili e per niente nascoste nei bassifondi dei significati da far emergere.

Penso inoltre che che l’infelicità di molti sia più facilmente comprensibile se scendiamo tutti sulla terra dalla luna, guardiamo come la terra è fatta e non quanto è distante da come dovrebbe essere.