Le reazioni degli altri al sentirmi parlare di violenza

In questi giorni di fibrillazione successiva alla uscita del mio libro – fatta di mail, contatti e nuove conoscenze – devo ammettere di essermi sentito rianimato da una vitalità che per mesi, dopo la consegna delle bozze alla Casa Editrice, è rimasta incubata tra emozioni di tipo depressivo e la voglia di tornare indietro. Adesso che il libro è uscito, sento invece il bisogno di parlarne e dunque mi confronto con chiunque mi capiti sotto tiro: dalla persona comune, all’amico collega, ai colleghi con cui opero quotidianamente, al professionista interessato ma non direttamente coinvolto. Questa occasione di confronto è una straordinaria palestra formativa per verificare il punto in cui siamo come società e come comunità nel recepire il messaggio di fondo che lancio nel libro: e cioè, che se vogliamo combattere la violenza dobbiamo saperne parlare con gli uomini tanto quanto con le donne, con i professionisti tanto quanto con la gente comune; e che se vogliamo combattere la violenza dobbiamo creare il principale antidoto che è la non-indifferenza e la capacità di divulgare in termini semplici quello che sottostà ai numeri impressionanti attraverso cui la violenza fisica, economica, psicologica ci invade nelle molteplici forme, istituzionali e non. Quando parlo di Non esiste una giustificazione e della sua uscita, osservo dunque uno strano fenomeno, che è la reazione delle persone al sentir parlare della violenza; una reazione che cerco di analizzare in queste poche righe, e che appare potenziata dal fatto che il libro si impernia sulla necessità di lavorare con gli uomini che l’agiscono. E’ indubitabile che l’argomento solleciti l’interesse di molti/e, alla luce dei ripetuti femminicidi avvenuti in Italia negli ultimi mesi. Ciascuno/a si congratula e sta a sentire, non esimendosi dal dedicare un minuto di attenzione ad un argomento così scottante; possono del resto essere raggruppate quattro reazioni tipiche che individuano quattro profili possibili di lettori/lettrici e che ci dicono qualcosa su come stiamo percependo la violenza.

Il/la rifiutante – I/le rifutanti/e sono rappresentati/e dalla schiera di persone non particolarmente informate e poco propense a farlo. Quando leggono la parola “domestica”, dopo aver manifestato una blanda espressione di interesse, si allontanano come si fa con la mano dal fuoco: troppo pericoloso. Ho avuto spesso la sensazione che, se il libro fosse stato scritto sull’uomo violento in generale, forse avrebbero potuto avvicinarsi con minor timore di sentirsi coinvolti in un argomento scomodo che è meglio tenere lontano. Il silenzio enigmatico è come se lasciasse trasparire un pensiero dominante: “Ma di che mi parli?! Per fortuna a me questo problema non mi tocca!”. In termini riduttivi, questo tipo di lettore/lettrice si potrebbe inquadrare come “ignorante” – ossia poco propenso alla lettura e quindi ad acculturarsi – ma non credo che questa spiegazione basti. Mi piace piuttosto sostenere che queste persone siano appunto “rifiutanti” e che, se facilitati/e, possano diventare emotivamente competenti sull’argomento più di quanto si possa immaginare, e contribuire ad un cambiamento sociale. Forse anch’io anni fa ero un rifiutante e posso capire quello che si prova: la paura porta all’erezione di muri. Quando parliamo di violenza, siamo infatti tutti implicitamente chiamati in causa rispetto ad un tema verso il quale applichiamo potenti barriere difensive che espellono la questione fuori da sé: appunto, riguarda qualcun altro, un altro ostile da guardare in cagnesco o, meglio, non guardare proprio. Così nasce il mito dell’orco, del mostro o del lupo cattivo. Per proteggere il nido da eventuali intrusioni di consapevolezza su quante violenze possano essere quotidianamente agite o subite, il/la rifiutante fugge allora dalla possibilità di familiarizzare con un tema che è molto più facile tenere fuori dalla porta di casa, senza accettare il fatto che in qualche modo, o in qualche forma, vi è già entrato o vi entrerà. Se lasciati/e a loro stessi, i/le rifiutanti sfuggono e delegano ad altri, contribuendo a far nascere quell’atteggiamento di omertà che è il miglior concime per il proliferare della cultura della violenza. Allora cerco con tatto di informare il/la rifiutante che il tema lo/la riguarda da vicino: quante volte è stato vittime di musi protratti per giorni o di scenate che lasciano il segno? Quante volte si è sentito minacciato/a, umiliato/a o svilito/a da una persona cara? O non riconosciuto/a o ascoltato/a? Il/la “rifiutante” accende allora una breccia, nella quale lo lasciamo stare a riflettere, e su cui è forse è prematuro insistere. Già il passaggio dalla precontemplazione alla contemplazione sul problema, con il/la rifiutante è un piccolo successo.

La lettrice coinvolta –  Tante persone – per quanto semplici e prive di una preparazione culturale e sul fenomeno della violenza in particolare come i/le rifiutanti – si appassionano invece al libro. Parlo dunque di lettrici e non di lettori coinvolti, perché in questi giorni ho avuto modo di constatare quanto sia più facile trovare coinvolgimento sull’argomento da parte del genere femminile che del genere maschile, sperando presto di ricredermi. In queste lettrici, lo sguardo rivela una qualche forma di consapevolezza già raggiunta, molto probabilmente a causa di una violenza subita o di una sensibilità acquisita sull’argomento tramite il coinvolgimento personale in vicende dolorose di amici o familiari. Le lettrici coinvolte sono felici del fatto che finalmente qualcuno provi a dar voce agli uomini, che in qualche modo hanno abusato di loro, o di qualcuno a loro caro. Nel libro intravedono una possibile risposta all’universo di equivoci, umiliazioni e contraddizioni che hanno subito o visto subire, senza poter far niente. Queste donne hanno da raccontare una loro storia, fatta spesso di delusioni, sofferenze, attese e indifferenze. Storie che potrebbero tranquillamente stare in uno dei capitoli di Non esiste una giustificazione. Con estrema sorpresa, ho scoperto che le lettrici coinvolte sono capaci di arrivare all’osso di una discussione e di cogliere il senso di un concetto magari tecnico, su cui io mi sono interrogato per anni. E’ vero che l’esperienza sa arrivare là dove non riescono decine di libri. Ascoltano, con il velo della tristezza e lacrime di rabbia, riconquistando attraverso il libro uno strumento di consapevolezza che non hanno mai posseduto o di cui si sono sentite spogliate. Le vedi allontanarsi con il libro ben stretto, saldo nella mano: sarà una lettura importante, con la speranza che qualche lettore avveduto si accorga della sua esistenza.

L’esperto/a rifiutante – Questo tipo di lettore/lettrice è in qualche modo esperto nel settore psico, ma non riesce o non vuole far entrare nel proprio lessico mentale il vocabolario della violenza. Urlare, strozzare, minacciare, vessare sono tutti verbi intrappolati in griglie operative che fanno fatica ad aprire le maglie ad altre modalità. L’esperto/a rifiutante ascolta interessato l’argomento ma in modo per così dire “cognitivo” – nella misura in cui risulta distaccato/a – “perché tanto lui/lei non si occupa di maltrattamento”. Magari, si propone di pubblicizzare il testo a colleghe e colleghi che lavorano nel campo, ritenendosi esente dal problema, proprio come fa il “rifiutante”. Ma un’operatore/operatrice, può permettersi di essere “rifiutante” di fronte a un’evidenza scientifica oltre che ad un’urgenza sociale? Si pone l’enorme questione di rendere i Servizi un contesto di rete in cui imparare a parlare lo stesso linguaggio e, soprattutto, imparare a decodificare in modo adeguato i reali bisogni degli utenti. A questo tipo di lettore/lettrice, cerco di spiegare quanto lui/lei stia in realtà già trattando il maltrattamento, ma senza saperlo, ed in un modo forse inopportuno. Cerco di chiarire come dietro alla falsa riga di numerosi trattamenti – individuali, familiari e di coppia – si annidi probabilmente il maltrattamento, che continua ad agire indisturbato perché non adeguatamente intercettato dai dispositivi diagnostici e terapeutici messi in campo in buona fede, ma senza successo, o magari incancrenendo il problema, che continua a rimanere misconosciuto. Questo stesso tipo di lettore/lettrice scambia il maltrattamento, spesso, per violenza fisica, continuando a psicologizzare quella che invece ne rappresenta la declinazione fenomenologica più usurante: la sottomissione sistematica e ripetuta con con i dictat e con gli atti di potere, pur senza sfiorare donne e bambini con un dito; continuando, inoltre, a chiedersi “che ruolo giochi la donna” in una dinamica che conflittuale non è, perché un ruolo si gioca quando si viene riconosciuti come altro da sé e non possedute come un oggetto.

L’esperto/a coinvolto/a –  Eccoci all’esperto/a coinvolto/a. Questo tipo di lettore/lettrice è disposto ad aprire le proprie griglie mentali ad una rivoluzione paradigmatica sul modo di lavorare all’interno dei Servizi ed in ambito privato. Consapevole che qualcosa non va e che sta aumentando in modo dilagante un nuovo tipo di domanda camaleontica ed indiretta – nelle scuole, nelle richieste di consulenza familiare o nella singola domanda degli utenti – cerca di mettere in discussione il proprio percorso formativo per integrarlo con un sapere specifico sulla violenza domestica. L’afflato che lo muove è in parte professionale ed in parte esistenziale: è spesso un’operatore/operatrice che sente la necessità di modificare il proprio modo di lavorare nella relazione di aiuto a causa di una certa insofferenza nei confronti dei contesti in cui è cresciuto ed opera. In modo non anarchico, non si ritira dal campo ma si impegna nel campo per contribuire al cambiamento. Questo tipo di lettore/lettrice, si sente perciò chiamato a partecipare ad una rivoluzione culturale del proprio modo di procedere. In modo abbastanza emblematico, intravede il maltrattamento ovunque, laddove prima vedeva conflittualità di coppia, sintomatologie ansioso-depressive o fobie scolari. Senza spaventarsi, e soprattutto senza rigettare il proprio precedente sapere, lavora ad un intenso lavoro di sintesi, sentendosi umano e più ricco, e finalmente trovando quella dimensione esistenziale in cui possono abitare etica, coinvolgimento sociale ed investimento professionale.

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