Fenomenologia della saccenza cognitiva

La saccenza cognitiva, dissociata dagli aspetti affettivi, è una fenomenologia ricorrente di difesa che incontro spesso e dalla quale, a volte, io stesso non sono esente.

Il potenziamento cognitivo della mente garantisce un rigonfiamento fallico, sotto forma di turgida produzione di opinioni e ragionamenti che liofilizzano la portata emotiva del pensiero, percepita come pericolosa e antiestetica, in nome della neutralità scientifica.
 
Ciò riguarda il laureato, come lo studente in erba o l’uomo comune, purché in possesso di qualche forma di sapere da esibire:
 
-come si resetta un S3
-come si affronta un disturbo dell’apprendimento
-come si risolvono i problemi dell’economia globale
-come si conquista una ragazza
-come si cucinano i carciofi alla romana
-come si educa un figlio
-come si mette in campo la fiorentina stasera
-come si tratta un paziente borderline
 
Lo sguardo vacuo, la postura tirata, il linguaggio forbito – quale forse è il mio nel post stesso ed altrove – riducono la persona ad un mero abbecedario degli eventi e delle istruzioni.
 
Spesso ho l’impressione che le persone si parlino attraverso le loro agende od il quotidiano di turno appena letto. La paura di un reale contatto viene così tenuta a bada dalla fenomenologia della saccenza, che di volta in volta pare funzionale a:
 
raccattare il sapere piuttosto che conquistarlo faticando
-saltare le tappe evolutive
-addormentare la dimensione pulsionale dell’incontro con l’altro
-acquisire facile consenso
-nascondere il proprio idioma attraverso una pletora di nozioni impersonali
-congelare qualsiasi forma di partecipazione attiva in nome del diritto alla privacy
 
Quando provo noia o voglia di andarmene o di finire presto, sento di essere capitato nella terra della saccenza cognitiva. Divento piccolo, inibito e sterile, e non più in grado di fare il buffone, come ero solito da adolescente, per riscaldare il clima che mi raffreddava e mi rendeva inquieto.
 
Che dare prova che lo scambio emozionale non passi attraverso strane pratiche new age, ma in una matrice relazionale di incontri profondi fatti da persone e non da rotocalchi, pare non serva. Ancorato ad una storia degli eventi, a momenti di stasi, all’altalena oscillante degli umori, alla passione della riconquista, alla noia della pausa, all’insoddisfazione di non sentirsi capiti, alla gioia di una strada ritrovata, penso di poter dire che buona parte del mio impegno esistenziale sta nel fatto di cercare strategie alternative alla passività, alla fuga o alla sindrome del saltimbanco, quando incontro un saccente cognitivo.

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