Panico e violenza

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Continuiamo a simulare un’esistenza normale. La simulazione è diventata il nostro meccanismo di difesa preferito, una specie di velo magico che applichiamo alle cose che non vogliamo vedere.

Crediamo che il lupo cattivo sceso dalle montagne a divorare la pecora sia stato uno sbaglio o un’aberrazione della natura, e che non succederà mai più, perchè i lupi cattivi appartengono sempre all’altro e se ne stiano tra di loro a divorarsi tutte le pecore che vogliono nel bosco.

Dovremmo invece cominciare a chiederci noi adulti quello che i ragazzi non sanno chiedere se non con il panico e la violenza. Il panico e la violenza dilagano e rivelano la mancanza di codici di senso in società adulte sonnacchiose e rassegnate, ancora rattrappite sulle toppe del benessere del dopo guerra e di una vita come se. Incapaci di una visione proattiva, di incanalare la pulsione e di fare cultura, di aprire al terzo e al diverso. I ragazzi tutto questo lo sentono e lo agiscono.

Certi modi di vivere sono estranianti perchè non osano contenere il naturale bisogno di slittare dell’adolescente. Le nostre città sono come un dedalo di binari precostituiti dal narcisismo delle comunità adulte e dal pudicissimo senso post-borghese della morale in cui pretendiamo si muovano i ragazzi con ordine, rispetto e riconoscenza; valori di vita che, per legge di natura, magari dovremmo insegnare noi a loro e non pretendere per nostro comfort esistenziale.

Il panico denuncia il senso di soffocamento, l’amore morboso e irrisolto, la patologia di altri che, evacuata in me, vive egoaliena, rendendo difficile fare i compiti in classe e seguire le lezioni, confrontarsi tra amici e farsi una vita. Il panico diventa i tagli sulla pelle, la fuga da casa e l’indicibile.

Il panico parla di tradizioni culturali asfittiche, di tabù irrisolti nella penombra di esistenze familiari moderate dalla vergogna e dall’ossequio del non si deve, non si può, non esiste, non si fa, facciamo come se la vita fosse bella a prescindere, senza sessualità e senza aggressività.

La violenza sopravanza invece la dimensione della protesta e diventa attacco ai legami di pensiero, ai legami tra le cose, alla richiesta di ogni oggetto, alla voglia di amore. Diventa parodia macabra della passione, come decibel sparati addosso, fiumi di inchiostro su pagine che ogni giorno si rilavano e restano bianche, nella beata indifferenza del mondo adulto, capace solo di rimproverare in modo cerbero o di predicare in modo eucaristico.

La violenza è tutto quello che i miei genitori, ed i miei nonni, ed i miei avi, ed i loro amici, ed i loro parenti, e gli amici dei loro parenti, ed i loro conoscenti, e tutti quelli al loro fianco, non hanno potuto o voluto dire, fare, baciare, lettera o testamento. La violenza è chiedere un conto nel modo sbagliato, è pretendere un riconoscimento mai stato aggredendo, è un atto pericoloso che da protesta legittima si trasforma in liquido corrosivo nel paniere già bacato della nostra società.

Eppure basta poco coi ragazzi, solo instradare, solo degnare di attenzione, solo manifestare comprensione, solo dare l’esempio che si può cambiare direzione dello sguardo e dell’inclinazione della testa, quando ci parlano, se si è ancora in tempo.

Sveglia.

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