Supervisio-amiamoci

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RIflettevo su quello che sta succedendo in molte piazze italiane: virtuali, reali, professionali, amicali.

I gruppi sono frammentati, e invasi da legami – K, direbbe Bion: scivolano cotidie nella prepsicosi, nella posizione schizoparanoidea, nell’ansia persecutoria del carnefice, nell’attesa inconsistente dei messia, nell’idealizzazione massiccia di feticci: ogni dato concreto che diventi sembiante di una pulsione inconscia indigerita e non pensata.

Il pensiero è minato da una miriade di oggetti bizzarri, agiti imperanti, lotte col coltello tra i denti. Mi sembra che siamo tutti un pò pirati senza tesori da cercare o mappe da scovare per andare a cercare tesori.

I legami sono lassi e ci si rivoltano contro: un giorno mi sei amico, un istante dopo sparli, poi mi ritorni amico ed io sono confuso, perchè confido nella presenza di concetti come memoria o coscienza, mentre tu mi racconti il contrario con lo svolazzio frivolo della tua esperienza.

Il tempo è diventato un “solopresente“, struttura olofrastica e quindi psicotica: non vengo mosso da un valore o da un’ideale in cui infuturarmi, non vengo mosso dalla memoria di un errore passato, non vengo mosso dall’ansia di un giudizio imminente ma dal polpettone intrapsichico che è fatto da: la riduzione dal danno, la salvaguardia personale, il solletichio immaginario del mio io, l’abbuffata di pulsioni, l’annullamento del margine di rischio, il bisogno di corporativismo “come se”,  l’angoscia di un “noi” maniacale contro un “voi” bastardo, e cosi via.

Potremmo supervisionarci a vicenda con amore, attenzione, rispetto, integrazione nelle differenze e passione. Creare una rete pensante ed amante dove fondare un progetto virtuoso: questo potrebbe partire dal basso, dal confronto sulle nostre reciproche innocenze, carenze, mancanze e paure.

L’amore creerebbe allora legami stabili e non perturbabili dalle intemperie emotive. L’amore creerebbe nuovi contenitori di senso sulle ceneri delle nostre reciproche crisi: valoriali, economiche, familiari, professionali ed esistenziali.

Dovremmo far capire che è dalle relazioni di amore – dove per amore intendo il concetto più ampio di condivisione di passioni non distruttive –  che nasce l’economia di buoni gruppi, che si rispetterebbero in una versione armonica del conflitto, dove sarebbe bello parlare di quello che secondo te io credo mentre io parlo di quello in cui secondo me tu credi.

Non è l’economia che crea amore: piuttosto, penso che sia l’amore a creare economia.

Dovremmo denunciare la mancanza di amore che pervade la nostra vita: eppure non lo facciamo; o meglio, facciamo capolino – come un bambino in punta di piedi –  ma è come se ci vergognassimo nel pretendere di fondare una società sull’amore.

Penso che una delle cose di cui ci vergogniamo in assoluto sia il nostro bisogno di amore nella versione pubblica di noi stessi. Ci rintaniamo nelle nostre case, ad autogenerare un affetto condiviso con i nostri cari, ma che manca di connessioni con gli affetti degli altri. A volte questo accade, ma sono come gocce estemporanee di rugiada.

Il nostro io pubblico diventa così il mondo del cervello sinistro: dell’efficienza, della strategia, della performance svincolata dall’eros. Scisso dal primo, il nostro io privato abbonda invece di eros senza sfondo, senza scheletro, avvitandosi su se stesso.

Il cervello tagliato a fette abbonda nei tempi di magra: a volte perdo la speranza che sia possibile supervisio-amarci.

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